L’INTERVENTO. Covid: realizzati lazzaretti, disconosciute le circolari ministeriali



Domenico Mazza

La sanità in Calabria somiglia molto ad una nave sguarnita di timone. Abbiamo assistito in questo mese e mezzo di pandemia, non ancora finita, ad un avvicendarsi di decisioni e false prese di posizione che avevano come fulcro la contraddizione in termini nell’operato che giornalmente si è fatto. È sembrato quasi come assistere alla dinamica della “tela di Penelope” laddove di giorno si tesseva per poi disfare durante le ore notturne. Eppure c’era stato concesso, come Regione, un ragionevole intervallo di tempo per meglio prepararci a quello che avrebbe potuto, anche se ad oggi per fortuna non è stato, “El Niño” per le nostre  strutture sanitarie, ormai lande desolate in un deserto di sofferenza.

Una concausa di atteggiamenti sbagliati che esulano dalla sola responsabilità in ambito sanitario amministrativo, per invadere settori quali la protezione civile, nonché l’entourage di forze che sono state chiamate ad imbastire un piano di protezione che ad oggi si è dimostrato non fallimentare solo per la l’intercessione delle pratiche di distanziamento sociale.

Un andirivieni di decisioni circa l’allocazione dei pazienti Covid che puntualmente sono state contraddette a distanza oraria dalle scelte intraprese.

La circolare del 27 gennaio (dico emessa  un mese prima che il corona iniziasse a mietere contagi) del Ministero della salute invitava a trattare i pazienti Covid nei centri DEA di secondo livello, per poi assistere alla corsa agli armamenti laddove si è cercato d’imbastire reparti a mo’di lazzaretto, disconoscendo le principali raccomandazioni del distanziamento tra pazienti Covid e non Covid e rendendo gli ospedali, da luoghi sicuri quali dovrebbero essere, principali focolai di contagio sia per i pazienti che per gli operatori sanitari.
Coabitazione dei pazienti al punto da ritornare sulle decisioni intraprese a distanza di circa 48h (si veda la vicenda Castrovillari passata alle cronache nazionali).
Come non considerare il fatto che l’esodo incontrollato dal nord verso il sud Italia, parzialmente fermato poi dopo i flussi delle prime due settimane, poteva essere bloccato adottando le misure di chiusura della Regione già all’indomani della dichiarazione di pandemia globale.
In fin dei conti questa regione non ha mai brillato per la molteplicità infrastrutturale, sarebbe bastato chiudere le due litoranee ed il valico di Campo Tenese e con la chiusura della ferrovia Tirrenica avremmo precluso il diffondersi del contagio anche alla vicina Sicilia (la ferrovia jonica, quella rinominata anni fa della “Magna Graecia”, potevamo anche ignorarla dato l’esiguo numero di treni “caffettiera” che ivi circolano).
Abbiamo preferito temporeggiare, per poi dichiarare che probabilmente il numero delle persone che sono rientrate dal nord Italia è di oltre quattro volte superiore al numero delle persone che si sono registrate al sito della Regione per porsi in regime di auto quarantena.
È stato anche stucchevole assistere al valzer delle debuttanti, indicando piani che avrebbero imbottito gli ospedale di postazioni attrezzate alla pandemia, per poi vedere che le stesse postazioni mancavano dei dispositivi atti al loro corretto funzionamento. Senza dimenticare il fatto di aver mandato al macello tantissimi medici condotti e operatori sanitari nonché medici di PS, poiché latitanti dei benché minimi presidi di sicurezza alla persona, a partire dalle tanto decantate mascherine.
Proprio le mascherine, quelle che nei primi 15 giorni di marzo, erano addirittura bandite dai vertici delle Asp, poiché considerate inutili a preservare i contagi e dannose per la paura che avrebbero indotto negli avventori che si sarebbero recati verso le strutture sanitarie.
Un po’ come dire andiamo a lottare contro l’esercito degli Spartani muniti di pistole ad acqua!

Già, noi abbiamo avuto anche i 300, ma non quelli della nota versione cinematografica che alle Termopili hanno affrontato Serse, semplicemente quelli su cui scagliare le nostre frustrazioni, senza comprendere che se è sbagliato un atteggiamento, è un sistema nel suo midollo che è parimenti, se non maggiormente, marcio.
Quello stesso sistema che nelle ultime ore genera emendamenti nei quali esclude le responsabilità penali in campo alla politica e che ha giustamente generato le ire dell’ordine dei medici Italiani, Calabresi e della Magna Graecia.
Ed ancora il patetico e scialbo intervento di talune personalità dal mondo dei gruppi di pressione che si preoccupano se taluni presidi Spoke non sono stati investiti (dopo gli iniziali proclami d’imbastimento a mo’di fortino) del reparto Covid, senza considerare che gli ospedali spoke non dispongono dei laboratori microbiologici e di DEA di secondo livello, che, attenzione, non sono allocati negli ospedali dei Capoluoghi di Provincia, ma solo negli Hub, ospedali che il centralismo becero di questa Regione ha concentrato solo nelle città di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, facendo in modo che gli altri territori non avessero i numeri per rivendicare il loro sacrosanto diritto, costituzionalmente garantito, ad avere una sanità efficiente.

È possibile avere visioni così limitate, così localistiche, che non sanno andare oltre al naso di chi emette siffatta eresie?
Mi chiedo, ma la politica sa cos’è un HUB e cos’è uno SPOKE? Sa che un ospedale come quello di Soverato è un PPI? Può sostenere il giorno prima che i Covid vanno allocati negli HUB, per poi spostare il giorno dopo dei degenti dalla RSA di Chiaravalle nell’ospedale di Soverato, quindi chiudere la cittadina jonica a causa del proliferare dei contagi? Può pensare d’allacare 40 degenti covid in un presidio spoke come Lamezia, svuotato dal piano di rientro, e senza i protocolli previsti per la cura del coronavirus? Può realizzare che uno spoke come Corigliano Rossano possa ospitare Covid pur non avendo mai avuto nella sua storia un raparto infettivi o una pneumologia? Può allestire, a suo rischio e pericolo, un reperto covid sullo spoke di Crotone, non fornendo però all’Asp pitagorica la possibilità d’esaminare i tamponi?
Chiaro che a queste ed altre infinite domande la risposta sarebbe solo ed esclusivamente: No.
Ma la Calabria deve sempre distinguersi per l’approssimazione e di certo non potevamo farci mancare le infelici uscite dell’ex Capo della protezione civile, ma ci indigniamo sempre per l’episodio in sé, continuando a puntare il dito e non la luna, ovvero che quello calabrese è un sistema laddove la “partitocrazia spartitocratica” (cit. del Maestro di vita e di diritto, O. Morcavallo) ha semplicemente fatto da ufficio di collocamento alle incompetenze dei tanti personaggetti (cit. Presidente della Regione Campania V. De Luca) in cerca d’autore, geneticamente predisposti alla spocchia, all’ignoranza ed alla totale inadeguatezza.

L’area della Magna Graecia dovrà, una volta terminata l’emergenza sanitaria, imbastire un discorso di proba e giusta equità finalizzata alla riconquista di un sistema sanitario locale che preveda gli stessi diritti e trattamenti per le sue popolazioni, per i suoi oltre 400mila abitanti, che dovranno rivendicare il loro diritto ad un ospedale di Secondo Livello, ad una centrale operativa del 118, ad un Azienda Ospedaliera che abbracci i due ospedali principali, quello di Crotone ed il futuro ospedale della Sibaritide, il riuso degli ospedali di montagna e di area disagiata, la definitiva  messa in funzione delle case della salute.
Solo allora saremo entrati in quella dimensione di normalità tanto agognata dalle nostre popolazioni.

Domenico Mazza, cofondatore del Comitato per la Provincia della Magna Graecia.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.