Fabio Menin, riflessioni sulla legalità e il senso civico dei cittadini



editoriale

Fabio Menin: Chi ruba, o fa del male a una persona, certamente per il nostro sentire comune, agisce nell’illegalità. Però il suo mancato rispetto della legge diventa conclamato e riconosciuto solo quando la magistratura riconosce in maniera definitiva con delle sentenze i reati di cui si è macchiato quel soggetto.
Fin qui siamo tutti d’accordo. Ma in Italia il vizio di non rispettare le leggi, o comunque di approfittare delle maglie della legge a proprio vantaggio, è molto diffuso, non solo, ma è diffuso anche essere testimoni di azioni poco corrette e di mancato rispetto delle leggi.
Quando uno si trova in un ufficio, un pubblico ufficio, e assiste a procedure a vantaggio di tizio o caio e a svantaggio di altri che sono penalizzati e che magari hanno più diritto del primo ad avere un certo beneficio previsto dalla legge, ecco, in questo caso, colui che assiste all’illegalità cosa dovrebbe fare per dire di essere un cittadino che rispetta la legge? Molti dicono “Dovrebbe farsi i fatti suoi”, come dice anche il noto proverbio “fatti i fatti tuoi e cent’anni camperai”. Però qui entriamo in un campo minato, in una zona grigia, anche secondo le nostre leggi per cui io non sono del tutto sicuro che colui che sta zitto rispetta la legge. Esempio: se io assisto per strada a uno che investe un altro, quello rimane ferito, poi l’auto scappa, io ho il dovere o no di aiutarlo, questo sì, ma anche di informare la legge di ciò che è avvenuto? Oppure se uno appartiene ad una famiglia che ha avuto dei problemi con la legge, non necessariamente di natura mafiosa, ma anche di illegalità, ho il dovere di informare le forze dell’ordine o la magistratura di quello che ho saputo? Prevale il legame con la famiglia o il legame con lo Stato? In Italia siamo ancora una società dove i legami famigliari sono fortissimi, quindi generalmente ognuno di noi preferisce stare con la propria famiglia, così avviene nel comportamento comune. Però in via di principio cosa è giusto? Intanto la prima cosa che mi sento di dire è che è che se le illegalità avvengono in un contesto di lavoro, ognuno che partecipa ha il dovere di informare i propri superiori di eventuali illegalità di cui è venuto a conoscenza. In un contesto famigliare rompere i legami col proprio gruppo parentale e scegliere di informare lo stato certamente va fatto quando si tratta di questioni di mafia, oppure quando c’è di mezzo la politica. Un politico, che si propone come modello per i cittadini, deve dare il buon esempio; quindi chiunque va in politica non dovrebbe avere macchie sulla coscienza, né per sé, né per altri. Invece nella politica italiana, abbiamo assistito, e non solo dopo la seconda guerra mondiale ma anche prima, a una politica che copre le illegalità del mondo economico e finanziario. Ora in Italia le persone oneste e perbene ci sono, e sono molto più diffuse nella società di quanto appaia pubblicamente. Chi vuole aspirare alla politica attiva, cioè entrare in un parlamento qualsiasi, sia esso regionale, nazionale, europeo, o anche in un semplice consiglio comunale dovrebbe secondo me rispettare questo principio: AGIRE SEMPRE NEL RISPETTO DELLA LEGGE E SE VENGO A CONOSCENZA DI UNA ILLEGALITÀ INFORMARE SUBITO L’AUTORITÀ CHE STA SOPRA DI LUI. In qualche modo questo principio, secondo me, dovrebbe cominciare ad essere preso in considerazione anche dai cittadini nella vita comune; nel senso che quando uno qualsiasi nella sua vita privata o pubblica, non importa, capisce che c’è illegalità che colpisce e danneggia qualcun altro e comunque l’interesse pubblico deve in qualche maniera informare le pubbliche autorità. Mi pare che le società più coese, come ad esempio quella tedesca, già applichino di fatto questo principio. Anche solo se uno butta una carta per terra, il cittadino che ti vede ti invita a raccoglierla e se non lo fai dopo un po’ ti trovi un agente che te lo fa notare. Se ci sentiamo parte dello stato è alla fine giusto che collaboriamo con le pubbliche autorità. Però, purtroppo, spesso assistiamo al contrario: è proprio la pubblica autorità che viene meno ai suoi doveri (basti guardare a quanti politici o imprenditori hanno violato le leggi e sono finiti sotto processo) e il cittadino così resta perplesso: ma se chi comanda non fa il suo dovere, proprio io devo dare l’esempio per primo? Ebbene la risposta a questa domanda secondo me è la seguente: ognuno faccia sempre il suo dovere, e quando incontra altri che non la pensano così cerchi di convincerli a cambiare, e se le cose non si modificano alla fine trovi il modo di aiutare lo stato a far terminare l’illegalità. Solo così potremo risanare la nostra società, immettendo anticorpi più robusti contro l’illegalità. Se insegnassimo ai nostri figli sin dall’inizio questi principi, forse il senso dello stato e della giustizia si rafforzerebbe. Però, anche lo stato deve difendere il cittadino che fa il suo dovere, e deve anche dimostrare di essere dalla sua parte. Cosa che oggi non avviene, perché spesso chi si prende la briga di denunciare illegalità poi subisce ritorsioni che fanno capire che nello stato c’è anche gente che non la pensa esattamente secondo i principi di moralità e legalità.

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