Editoriale. Giustizia. Uso disinvolto delle misure cautelari, troppi silenzi 

Giustizia. L’uso forse eccessivamente disinvolto dell’applicazione delle misure cautelari personali non rientra affatto nel dibattito politico (salvo singole rare eccezioni), quasi fosse un non problema. Eppure lo è e come se lo è, soprattutto quando ci si sbatte il muso.

In primo luogo perché tocca principi fondamentali della Costituzione italiana inerenti l’inviolabilità della libertà personale, secondo poi si sfata il luogo comune secondo il quale un soggetto ritenuto colpevole venga scarcerato dal tribunale del Riesame e tale notizia viene vissuta erroneamente dalla pubblica opinione  quasi come fosse una sentenza assolutoria.  I luoghi comuni, spesso frutto di ignoranza, devono essere superati mediante una giusta e onesta informazione. Il tribunale del riesame scarcera poiché non ritiene sussistenti le motivazioni alla base della emissione della misura cautelare, ma ciò non significa che l’indagato non sia colpevole. Ecco perché può capitare di vedere gironzolare per le vie della città un indagato a distanza di giorni dall’avvenuto arresto magari per delitti anche gravi. Ciò accade quando i giudici del tribunale della libertà non rinvengano un concreto pericolo di fuga, non ipotizzino un inquinamento delle fonti di prova, non  presuppongano la reiterazione del reato contestato. La procura chiede l’arresto, il Gip una volta verificata la fondatezza giuridica ne predispone l’emissione sulla base dei presupposti poc’anzi citati.

Chiariti questi aspetti, il rischio si chiama limitazione della libertà degli individui. Di recente, alcune procure nella provincia cosentina hanno portato a termine una serie di operazioni contro la corruzione e la gestione del territorio nella pubblica amministrazione. E anche l’antimafia è intervenuta con una imponente attività. Tutte operazioni accomunate da un unico comune denominatore: una pioggia di scarcerazioni da parte del tribunale del Riesame. Dobbiamo chiederci il perché? Un limite dell’azione investigativa o del giudice monocratico (GIP) che emette il provvedimento? Nel primo caso l’argomento si presta a un intervento più strutturale, nel secondo probabilmente si richiede la necessità di un organo collegiale e non già monocratico. Vi è una terza pista: la bravura degli avvocati difensori, molti dei quali confermano sul campo di essere davvero tali.

Il problema delle misure cautelari emesse con fare disinvolto va risolto, e subito, anche al fine di tamponare tentativi di protagonismo mediatico da parte di qualche inquirente. E’ d’altronde in gioco la vita delle persone, la dignità, l’onorabilità. Quando si finisce dietro le sbarre è per chiunque un impatto traumatico, eccezion fatta per chi di cella vive. Per la responsabilità civile del magistrato risponde lo Stato a cui la vittima può fare ricorso mediante l’istituto dell’ingiusta detenzione, ma il danno morale, biologico, esistenziale non potrà mai essere risarcito con somme di denaro, perché lascia traccia indelebile nell’anima. Qualcosa nel sistema giudiziario non va. Ed è giusto avviare una operativa fase di discussione non solo politica, ma anche all’interno degli ordini professionali.

Matteo Lauria – Direttore responsabile I&C

 

 

 

 

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