Corigliano Rossano. I resti sotterranei di città millenarie



Corigliano Rossano – Percorrendo tutto il litorale dell’Alto Jonio Cosentino, è possibile rintracciare tantissimi insediamenti di popolazioni italiche e i resti d’importantissime città risalenti alla Magna Grecia. Le popolazioni di stirpe achea diedero vita sul versante jonico alla fondazione di Sybaris (Sibari) e poi Kroton (Crotone), successivamente alcuni coloni spartani fondarono la città di Taras (Taranto). Fra il secolo VIII e il VI A.C., i coloni achei-rodiesi, nell’Alto Crotonese, fondarono o fortificarono le città di Krimisa (Cirò), Petelia (Strongoli). Infine un gruppo di locresi, proveniente dalle regioni della Grecia, fondò Lokroi Epizephyroi (Locri Epizefiri). Nel tempo le nuove città per diverse ragioni ampliarono la loro presenza in Italia espandendo di fatto la civiltà greca a tutto il territorio oggi chiamato Calabria, allora conosciuto come Enotria.
Tra il II e il III secolo d.C., fiorirono nel territorio dell’attuale Corigliano Rossano numerose ville rurali, empori, fabbriche (ceramica, per la lavorazione dei metalli, vasellame). Di una fattoria romana e un’azienda schiavistica con una “statio” (stazione di comunicazione e cambio cavalli su un itinerarium da Taranto a Regium: “Appia Traianea”, ma il toponimo della via di comunicazione è incerto) si conosce l’ubicazione in contrada Ciminata-Greco, ove attualmente è l’Istituto Penitenziario di Stato. Nel 1993 in questo sito ci scoprivano una hydria con 96 monete d’argento, tre grandi dolii, moltissimi manufatti di diverso uso e fattura. In genere una fattoria era composta da una pars urbana (ove era collocata la dimora del grande proprietario, il dominus) e da una pars rustica, l’area produttiva (con annessi gli ambienti – instrumentum – per gli schiavi, gli animali e gli attrezzi). È probabile che la struttura fosse precedentemente una fattoria italica.
In c.da Foresta e Solfara esistevano altre due ville rustiche (vi erano dei resti di colonne e frammenti di dolii), già segnalate dagli archeologi mentre quelle di Tornice, Casello Toscano-Mascaro, Monachelle Crosetto e Pantano Martucci non furono esplorate. Nella località Solfara il sito presentava il pavimento in opus spicatum e una piccola area termale (e vi fu trovata una rara moneta del III-IV secolo raffigurante l’imperatore Massimiano Erculeo, il successore di Diocleziano). Tra il I e il IV secolo d.C., i resti di mura e alcuni cocci di ceramica presso il Casello e in località Sant’Angelo. In località Valano (o Balano) un’altra villa collocata a ridosso della costa marina.
A Corigliano Rossano un riuso di elementi architettonici di età classica sono stati segnalati in S. Angelo, in Piazza Steri, in alcuni palazzi signorili delle due città ora unite. Più conosciuta è la lapide romana del I secolo a.C., collocata nella base contrafforte della chiesa rurale di Santa Maria di Giosafatte (probabilmente una antica basilica romana). In località “Mandria del Forno” (Corigliano) alcuni rinvenimenti causali (di particolare pregio decorativo) non hanno mai condotto a una sistematica esplorazione di questo sito archeologico d’importanza rilevante.
Pur rimanendo fuori dall’ordine cronologico romano e tardo-romano, non possiamo non ricordare l’importante lekythos di argilla con decorazioni a reticolo (IV sec a.C., conservato presso il Museo dei Bretti e degli Enotri di Cosenza), rinvenuto a San Mauro (e altri reperti, presso il cozzo Michelicchio), vero e proprio luogo di straordinaria importanza archeologica e storica per il lungo periodo di presenza delle diverse civiltà che si sono susseguite nel nostro territorio. Oltre a questo reperto, sono da ricordare il Skyphos, un frammento di braccio in marmo bianco, frammenti di frontone architettonico per un tempio, un vasetto dalla curiosa forma di topo e molti elementi votivi.
“L’archeologia è una scienza che gode di buona salute anche e, nonostante tutto, in Calabria. Istituzioni e uomini e donne dediti – afferma Pierpaolo Cetera, storico e saggista – al passato più remoto hanno arricchito il nostro patrimonio antico e classico, lasciandoci un tesoro”.


Antonio La Banca

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