Riconoscenza al Tempo del Coronavirus di Domenico Mazzullo

Riconoscenza al Tempo del Coronavirus – In questo Tempo di Coronavirus, una parola che sento spesso risuonare e pronunciare, a voce, nei discorsi ufficiali delle varie Autorità, scritta, sulle pagine dei giornali e nei comunicati dei vari politici è “Riconoscenza” o il suo sinonimo più moderno “Gratitudine”.
Si parla sempre di gratitudine nei confronti delle Istituzioni, della Protezione Civile, dei Volontari, del Personale sanitario, Infermieri e Medici che sono in prima linea nella assistenza ai malati, che si prodigano per essi, che perdono la vita nel compiere il loro dovere, gratitudine nei confronti delle Forze dell’Ordine, che vigilano e vegliano su di noi, nei confronti degli Enti religiosi che si prodigano nella assistenza dei più bisognosi e di tante altre Istituzioni che prestano aiuto in questi momenti difficili e di sofferenza comune, delle singole persone che volontariamente si pongono a disposizione degli Altri.
Ma si tratta sempre di una gratitudine, pubblica,, ufficiale, collettiva, da parte delle Istituzioni o di coloro che ricevono aiuto e nei confronti di coloro che lo offrono. 
Una gratitudine che non impegna il singolo e non lo fa agire in prima persona, ma piuttosto nell’ambito di una collettività, spesso espressa a parole, ufficialmente nelle cerimonie e nei discorsi istituzionali.
Non intendo assolutamente dire che essa non sia giusta e doverosa, sentita e sincera, ma è collettiva e in questa caratteristica di collettività, a mio parere più facile e meno impegnativa, quasi anonima da parte di chi la prova e la manifesta.
Discorso ben diverso, va da sé, la riconoscenza della singola persona che la prova e la manifesta, nei confronti della persona che la merita e la riceve per un aiuto prestato, di qualunque natura esso sia.
E’ una riconoscenza ben più coinvolgente e impegnativa, ma soprattutto estremamente difficile, a mio parere e per questo purtroppo rara e inusuale.
Difficile? Perché difficile? 
Dovrebbe essere semplice ed istintivo provare gratitudine nei confronti di chi ci ha aiutato, chi ci ha porto una mano, per aiutarci a risollevarci, a risorgere, a superare un momento, o un periodo difficile e che ci ha visto temporaneamente soccombere, un momento di scoramento e di abbandono, sia sul piano fisico sia morale. 
Semplice e istintivo, dovrebbe essere, ma così non è, purtroppo, e sinceramente credo che questo sentimento nobilissimo di riconoscenza, sia uno dei più difficili ed impegnativi e proprio per questo dei più rari e inusuali, assolutamente gratuito, ma tuttavia tra i più costosi, per chi la prova e la manifesta, la riconosce, con gli altri, ma soprattutto con se stesso e la propria coscienza.
Perché questo apparente paradosso, questa difficoltà, questa riluttanza a riconoscere, anche solo con noi stessi, di provare gratitudine verso l’Altro? Per tutta una serie di motivi che ho spesso analizzati entro di me e credo di aver riconosciuti.
Prima di tutto perché, se mi trovo nella condizione di provare  gratitudine per chi mi ha aiutato, devo conseguentemente ammettere con me stesso, di essermi trovato in difficoltà e di aver avuto bisogno di aiuto, aiuto che ho ricevuto, donde la gratitudine verso chi me lo ha dato. 
Questa ammissione seppure, con me stesso è difficilissima e estremamente impegnativa, perché confligge con il mio orgoglio personale, con l’immagine di me stesso, come persona autosufficiente e autonoma, che non ha bisogno di nessuno cui chiedere e dal quale ottenere aiuto
Secondo perché se ho ricevuto aiuto da qualcuno, materiale, o ancor di più morale, sono in debito verso di lui, e se è certamente più facile pagare un debito materiale, ben più difficile è il discorso e impegnativo, riguardo a un debito morale che non può essere quantizzato e quindi saldato materialmente, liberando la mia coscienza.
Ma c’è un terzo motivo, forse meno evidente e meno immediatamente coglibile, ma a mio parere ancora più cogente e coinvolgente nella responsabilità di rendere questo sentimento così difficile e così raro a vedersi.
Se io mi sono trovato in difficoltà e qualcuno mi ha aiutato, cosicchè io ora mi trovo nella condizione di provare gratitudine verso di lui, allora ciò significa che prestare aiuto è possibile e che ciò che è stato fatto con me è fattibile, tanto che è stato fatto.
Ciò mi impegna, moralmente, con la mia coscienza, a mia volta a correre in aiuto di chi eventualmente, a sua volta avesse bisogno di aiuto, lo stesso o differente e i conti con la propria coscienza sono molto, molto impegnativi, per chi una coscienza la possiede e con essa dialoga e a volte si scontra.
Per tutte queste ragioni ritengo e sono convinto che la riconoscenza sia uno dei sentimenti più nobili , ma al contempo più difficili e impegnativi, perché ci obbliga, per riconoscerla con noi stessi e provarla, non dico addirittura manifestarla, a superare ostacoli molto complessi quali il nostro orgoglio, il senso di onnipotenza, che ahimè, in molti di noi è presente e predominante, il sentimento di autostima, di autosufficienza e di totale autonomia.
Per tale motivo, altrettanto ritengo, che la semplice e modesta parola “grazie” che sintetizza e compendia, esprime mirabilmente, questo sentimento di riconoscenza, sia una delle più nobili e preziose, graditissima per chi la riceve, ma soprattutto per chi la pronuncia.
Grazie per avermi letto fin qui.

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