Corigliano Rossano – Chi, come me ha sempre vissuto, studiato e lavorato in questa nostra martoriata terra di Calabria, può comprendere la durezza e l’asprezza del vivere quotidiano in una Regione fatta di tante problematiche e sofferenze quotidiane.
Già da studente delle superiori ho vissuto, come tanti altri, i molteplici disagi dello spostarsi da un piccolo centro montano sino alla città.
Da universitario ho conosciuto la realtà della linea ferroviaria jonica, da professionista ho vissuto, e vivo insieme a numerosissimi colleghi, il disagio di un Tribunale soppresso e affronto quotidianamente la “statale della morte”.
Da cittadino ho conosciuto la realtà dei Pronto Soccorso e degli Ospedali di questa terra.
Ho cercato, sommessamente, con onestà e in punta di piedi di fare politica entrando in un partito politico, candidandomi dieci anni fa al consiglio provinciale di Cosenza. Lungi dal fare un discorso autoreferenziale, ma la breve premessa è d’obbligo perché, come diceva Corrado Alavaro, “soltanto chi è vissuto in Calabria può conoscerla”, difatti, sarebbe certamente un alieno chi viene da fuori pensando di conoscere questa nostra terra.
In prima facie, entrando nel nocciolo della questione di queste nostre Regionali del 26 Gennaio 2020, l’indifferenza e la disaffezione alla politica del popolo calabrese è lapalissiana se non fosse per il fatto che il politico di turno assolda il disoccupato del posto a consegnare santini elettorali a chiunque e attaccare manifesti ovunque.
Prima di muovere l’accusa di disaffezione e indifferenza alla politica della nostra gente, bisogna risalire alla corretta eziologia e fare una accurata e capillare analisi delle ragioni che hanno portato il corpo elettorale ad astenersi o a “votare male”.
Indubbiamente la disoccupazione affligge questa nostra terra.
Disoccupazione dovuta non alla assenza di risorse, braccia o di menti ma solo ed esclusivamente alla mala gestione della cosa pubblica troppo spesso in mano a soggetti incapaci e lontani dal riconoscere la meritocrazia.
Strettamente correlata e quale causa diretta della disoccupazione è la grave piaga della emigrazione delle giovani menti e braccia calabresi.
Sono migliaia le ragazze e i ragazzi che frequentano le università calabresi, che si laureano con ottimi voti e che u,na volta terminato il percorso di studi, non riescono a inserirsi nel mondo del lavoro.
Partecipano a concorsi pubblici presso le nostre amministrazioni pubbliche e si trovano dinanzi i “figli di”, i “nipoti di”, per loro ci saranno solo risposte negative, porte chiuse in faccia, silenzi assordanti.
Altra causa è la cattiva politica collusa con la criminalità organizzata e la massoneria deviata.
Innumerevoli sono state negli ultimi anni le inchieste delle due Magistrature distrettuali (Catanzaro-Reggio Calabria) che hanno portato a processo esponenti politici di spicco della nostra terra che, troppo spesso, stringevano sodalizi elettorali con cosche presenti sul territorio.

A scoprire il “vaso di Pandora” agli inizi degli anni Duemila sono state le operazioni “Galassia”, “Santa Tecla”, “Stop”, solo per ricordarne alcune più vicine alla nostra area, con le quali si è iniziato a capire la vicinanza dei politici locali a soggetti della criminalità organizzata, ai quali i candidati si rivolgevano per “acquistare pacchetti di voti”.
Solo, però, nel gennaio 2018 sembrano svegliarsi le coscienze dei calabresi, all’indomani della “Operazione Stige” che ha portato alla luce un mondo parallelo e contiguo tra pubblici amministratori e ndrangheta.
Sono stati colpiti da misure cautelari (alcune revocate in sede di riesame, altre nelle more del processo con rito abbreviato con delle assoluzioni, altri soggetti che hanno scelto il rito ordinario in attesa dell’esito del dibattimento) pubblici amministratori di spicco.
Sono emerse delle chiare ingerenze da parte della criminalità organizzata all’interno della politica e, stranamente, si è appurato che è lo stesso politico locale che si rivolge all’affiliato in campagna elettorale e non il contrario.
Proprio questo fatto sancisce la morte della politica, infligge una insanabile ferita alla Istituzioni dello Stato che, cosi facendo hanno perso di credibilità e in dignità.
Ragion per cui è emerso chiaramente, nei cittadini, il senso di sconforto e scoraggiamento nella politica, soprattutto in quella locale in cui si conosce, in un modo o nell’altro, quel determinato politico.
L’“Operazione Stige” sembra aver svegliato la parte buona e sana di quella terra di Calabria che crede nelle Istituzioni, di quei giovani che hanno apertamente parteggiato per la Magistratura, è auspicabile che vi sia un sussulto di dignità, come accadde all’indomani delle stragi di mafia in Sicilia che portò alla nascita della “primavera palermitana”, che vi sia una “primavera calabrese” dopo il lungo “inverno dello Stato”.
È di alcune settimane fa un altro importante colpo inferto alla ‘ndrangheta, ovvero l’”Operazione rinascita Scott” condotta dalla Distrettuale di Catanzaro che ha portato all’arresto di centinaia di soggetti.
Tra gli arrestati spiccano nomi illustri di pubblici amministratori e noti professionisti.
Altresì sono emerse convergenze tra politici, massoneria deviata e ndrangheta, tutto finalizzato al tornaconto particolare e non a quello generale a cui tende per definizione la buona politica.
Per correttezza e per essere garantisti, in questi giorni i soggetti coinvolti nella su citata operazione stanno adendo il Tribunale del Riesame e alcune misure cautelari sono state revocate.
In altrettanta stretta correlazione al fenomeno politico mafioso, è la assenza di infrastrutture, sanità inadeguata, scarsa presenza dello Stato sul territorio.
In merito alla assenza di infrastrutture, ci sarebbe da scrivere una enciclopedia ma mi soffermo per sommi capi ai problemi generali.
In primo luogo, siamo la Regione della strada statale 106, meglio conosciuta come la Statale della morte a causa delle centinaia di vite umane perse sui vari tratti.
Da anni, i calabresi conoscono solo il tratto attuale di questa statale fatta durante l’epoca fascista ma, puntualmente, a ogni vigilia di campagna elettorale si parla di megalotti da appaltare e di nuove tratte che, da decenni, restano solo sulla carta e come slogan elettorale per racimolare qualche pacchetto di voti.
Dall’Aspromonte sino al Pollino, ammiriamo i ponti stretti con il fascio littorio che, troppo spesso, mietono vittime.
Una statale che è sulla bocca di tutti ma non nel concreto della realizzazione fattuale.
Il tutto è una cosa vergognosa, il popolo calabrese è asservito al bisogno tenuto legato a una demagogia politica per il solito “contentino elettorale”.
La nostra amata Calabria ha centinaia di chilometri di costa che non possono essere sfruttati al meglio per la inadeguatezza di infrastrutture e punti di accoglienza per i turisti; altresì raggiungere una località turistica con i pochissimi e inefficienti mezzi pubblici diventa una impresa e, così facendo, la domanda turistica ne risente.
Dopo settant’anni di Repubblica, la fascia jonica ferroviaria, da Sibari a Catanzaro lido, ancora non è elettrificata, anzi sono stati issati dei piloni metallici da tempo in attesa che il nostro territorio “conosca la civiltà”.
A settembre scorso con grosso clamore e pomposa pubblicità da parte dei politici locali si è inaugurata l’alta velocità in Calabria, Sibari-Bolzano, senza rendersi conto, forse, che si è arrivati con mezzo secolo di ritardo.
Non ci si deve dimenticare delle piccole strade che portano ai centri montani, troppo spesso isolati, in alcuni casi a causa del latrocinio dei suoi amministratori, in altri per l’abbandono dello Stato.
Per quanto riguarda il sistema sanitario inadeguato, ci sarebbe altrettanto da dire e da riempire centinaia di pagine.
Sono sotto gli occhi di tutti i tanti ospedali chiusi totalmente o con reparti ridimensionati.
La situazione dei pronto soccorso è notoria a tutti, anzi purtroppo è stata vissuta da tutti in un modo o nell’altro.
La nostra è una Sanità commissariata da quasi un decennio, e ora è facile attribuire colpe o inadempienze ai vari commissari ad acta ma la causa va ricercata negli anni precedenti al commissariamento nei quali si spendeva e si spandeva a piacimento del governatore di turno.
Era, ed è, un sistema sanitario in cui la politica la fa da padrone con le nomine dei vari dirigenti e responsabili del settore, un sistema entro il quale sistemare parenti ed affini a discapito della qualità e della eccellenza da garantire al cittadino.
Abbiamo assistito a “sviolinate” e “giri di valzer” di facciata tra i governatori e i commissari, a tavoli di intesa, a protocolli inattuati, insomma a una marea di promesse e documenti stilati per arrivare al risultato di partenza, ovvero il nulla mischiato con il niente.
In merito alla scarsa presenza dello Stato sul territorio, da questa deriva tutto il malaffare e la commistione politico-mafiosa.
Troppo spesso lo Stato è solo “esattore”, lontano dalla gente e dai territori troppo spesso abbandonati e nei cui spazi lasciati vuoti, si va ad inserire la criminalità organizzata.
Lo stato nel nostro Meridione, e nella nostra terra di Calabria, è visto come quella entità che ha annesso il Sud all’Italia usando violenza e massacri.
Uno Stato che ha fatto eccidio delle donne e degli uomini di questa terra marchiandoli con l’appellativo di briganti, che ha messo a ferro e a fuoco intere città distruggendone la cultura millenaria e le sue industrie.
Uno Stato che ha affamato le popolazioni del Sud, uno stato che con la sua assenza ha ceduto volutamente il suo posto alle mafie.
Uno stato che quando la “pezzenteria” era “tanta”, potevi optare solo per due scelte: o brigante o emigrante e, quest’ultima figura con la sua “valigia di cartone” si è fatta strada e onore ovunque sia andata accrescendo se stesso e anche il posto che lo ospitava.
Uno stato che ancora oggi in regime repubblicano e democratico dimostra la sua assenza talvolta anche sopprimendo presidi di legalità quale i Tribunali (Rossano) o i posti di Polizia e i comandi dei Carabinieri, non vado oltre con questo argomento perché sarei di parte.
Uno Stato che elegge una deputazione calabrese (4 nella sola area di Corigliano-Rossano) e che, in quasi due anni di governo, nulla di concreto ha fatto per il proprio territorio, eccetto eventi propagandistici e decine di comunicati stampa su ogni testata giornalistica.
Sono proprio questi “pezzi di Stato” che hanno deluso gli elettori di qualunque colore politico.
Il 26 gennaio prossimo la Calabria è chiamata a eleggere il suo governatore e la sua assemblea legislativa, in un momento storico che non è dei più rosei, si è arrivati a una campagna elettorale in cui i candidati presidenti sono arrivati al novantesimo minuto.
Premesso che il sottoscritto non è stato – non lo sarebbe mai stato – un elettore del governatore uscente ma è biasimevole il fatto che non si è tenuto conto della volontà dei circoli locali del PD catapultando un candidato dalle sfere romane che sono ben lontane dalle realtà locali.
Per quanto riguarda la candidata del centrodestra, sì è arrivati alla sua investitura dopo un lungo travaglio e lotte intestine all’interno di un centro destra dilaniato.
Il movimento cinque stelle, in extremis, quando già si era deciso che non avrebbe partecipato a questa competizione elettorale, ha catapultato dalla rete a dalla sua piattaforma questo suo candidato amorfo.
Proveniente dalla società civile e dall’impegno sul territorio è il candidato Tansi che, con le sue liste civiche concorre alla poltrona di governatore.
Sino a questo punto ho cercato di fare una analisi il più oggettiva possibile, lontana dai mie convincimenti personali per non influenzare il lettore ma, questo scritto essendo una mia creatura, nelle conclusioni, non può e non deve restare monco senza fare trasparire il mio libero pensiero e convincimento personali.
Sulla base delle su esposte considerazioni e punti, in qualità di elettore e, ancor prima di cittadino, mi sento abbandonato e preso in giro dalle politica che puntualmente, alla vigilia di un appuntamento elettorale vende fumo facendo “vedere la luna nel pozzo”, illudendo i sogni e le aspettative di chi ha il diritto di essere una parte dello Stato.
Rifiuto di andare a votare con “il naso tappato” il “meno peggio” proprio perché, questo tirare avanti così galleggiando non lo posso e non lo devo più accettare, in primo luogo per rispetto della politica vera e delle Istituzioni e, in secondo luogo per rispetto della mia gente e della mia terra e, in ultimo per rispettare me stesso.
Così ragionando sembrerei non volere assume una posizione o peggio sentirmi migliore degli altri ma, tali concetti non appartengono alla mia persona; questo mio atteggiamento, unito a quello di un intero territorio o area, deve essere visto in modo costruttivo e ragionato al fine di fare riflette le alte sfere del potere centrale che un popolo si è svegliato e che non china più la testa.
Consegnare la tessera elettorale è un modo per fare riflettere lo Stato sulla condizione di un intero territorio, sul fatto che i suoi cittadini non vogliono accettare più in modo supino le scelte verticisticamente imposte.
È risaputo da tutti che ogni candidatura è frutto di scelte tattiche e strategiche, non per perseguire l’interesse generale ma quello particolare di singoli gruppi di potere ed elitè politiche.
Bisogna ricordare che alle precedenti regionali del 2014, quasi il 56% degli elettori calabresi non si recò alle urne.
Ogni 6 Gennaio, le autostazioni della nostra regione straripano di giovani che partono dopo aver trascorso le vacanza natalizie nella propria terra, sono migliaia di giovani laureati e masterizzati che sono stati mandati via, mortificati dal fatto che per loro in questa regione non c’era posto.
Di fatti per queste “intellighenzie” non c’è posto perché nei Comuni, nelle Provincie, nella Regione, nelle Università ed in ogni altra pubblica amministrazione, i posti dirigenziali e impiegatizi sono occupati da chi aveva la terza media ed era compare di Tizio piuttosto che Caio e, nella migliore delle ipotesi da qualche diplomato privatista legato al politico di turno.
Come si può chiedere a questi giovani, ai loro genitori che hanno fatto sacrifici per dar loro una eccellente istruzione, di recarsi alle urne e votare quel partito piuttosto dell’altro?
Come si può chiedere a un malato oncologico o a un suo congiunto che per curarsi va in un’altra Regione affrontando sacrifici personali ed economici, di votare quel dato politico in quel determinato territorio?
Come si può chiedere ad un lavoratore interinale che si è visto licenziato perché un suo omologo ha trovato l’”aggancio giusto” e, questi non potrà più garantire la sopravvivenza minima alla sua famiglia?
Deve avviarsi alla fine il fatto di accettare il “contentino elettorale”, o meglio bisogna ragionare che chi ti offre in modo illusorio un guadagno di qualche centinaia o migliaia di euro per qualche mese in prossimità ed in vista del periodo elettorale, non ti risolve il problema perché la propria esistenza o famiglia non hanno bisogno di avere il diritto al lavoro e alla felicità in modo sporadico od assistenziale, ma per sacrosanto dettato costituzionale il lavoro è un diritto e non una questua.
Per chi crede, si prega solo Iddio, ciò che è un diritto non può e non deve essere elemosinato, ciò che spetta ad una persona gli è dovuto solo per il fatto che questa sia un cittadino e non perché gli è concesso come favore.
La libertà di pensiero, ragionare con la propria testa, non essere asserviti a nessuno,(eccetto al rigore della propria civica coscienza) avere garantito libero accesso al sapere rende la persona libera di pensare a fare ciò che è in suo diritto.
Auspico per questa mia Regione, che tanto amo, un serio e concreto risveglio dei suoi migliori figli affinché questi, con spirito di sacrifico e abnegazione verso lo Stato e le sue Istituzioni, si facciano classe politica e dirigente di una terra che sta soffrendo.
Faccio mie e consegno come monito a tutti queste parole di un illustre figlio della terra di Calabria, Corrado Alvaro: “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”

Francesco Patrizio Lapietra