Niccola Giannettasio, il grande chirurgo calabrese. Racconto di Martino A. Rizzo



Corigliano-Rossano – Tutti a Rossano e nel circondario hanno in mente il nome Nicola Giannettasio perché così si chiama l’ospedale di zona. Ma chi era Niccola Giannettasio detto Nicola? Si conosce la sua storia personale e professionale? La madre, Rosina De Simone, era rossanese, lui invece era nato il 24 gennaio 1866 a Oriolo, il paese del padre Giuseppe che morì a quarantatré anni, il 5 settembre 1869, lasciando Niccola, che aveva tre anni, il fratello maggiore Giorgio e le sorelle.

Niccola Giannettasio

La famiglia Giannettasio era una delle più importanti di Oriolo dove possedeva un bel palazzo del ‘700 situato nella parte perimetrale del paese, oggi adibito a museo. La madre Rosina, rimasta vedova, trascorse molto tempo con i figli nella sua Rossano e il dott. Francesco Pisano, compagno di studi di Giannettasio, in un articolo sulla “Nuova Rossano” dell’11 novembre 1906, dedicato a Niccola, precisa che “egli, ben può dirsi nostro compaesano perché sebbene nativo di Oriolo, visse i suoi giovani anni qui con noi, qui conta amici e parenti e, di Rossano si ricorda sempre quasi come sua patria”.
A sette anni fu inviato in collegio ad Arezzo, dove già c’era il fratello Giorgio, e vi rimase fino al secondo anno di liceo, quando entrò all’Accademia Militare di Modena perché voleva intraprendere la carriera militare. Dissuaso però dalla madre, lasciò l’Accademia e riprese gli studi al liceo del Convitto Tolomei di Siena dove conseguì la maturità classica. Nel 1886 si iscrisse alla Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze e l’anno successivo passò a Siena dove si laureò il 30 giugno 1892.
Sul finire dell’800 la medicina si stava aprendo verso nuovi e sconfinati orizzonti e il giovane Giannettasio, fresco di studi, si buttò a capofitto nell’attività di ricerca sulle indagini microbiologiche e fisiopatologiche dedicandosi anima e corpo, dal 1892 al 1903, agli studi e alle ricerche sperimentali. Dal 1889 al 1891 fu pro-assistente nell’Istituto Anatomico e assistente straordinario alla Cattedra di Patologia Generale nell’Università di Siena. Nel 1891-92 fece l’aiuto straordinario nella Cattedra di Patologia Generale a Siena. Dal 1893 fino al 1901 fu assistente presso la clinica oculistica dell’Università di Siena. Bologna invece lo vide come assistente ordinario dal 1899 al 1902 alla Cattedra di Clinica Chirurgica con l’incarico di insegnare Medicina Operatoria. E a Bologna nel 1900 ottenne la libera docenza in Clinica Chirurgica e Medicina Operatoria. Inoltre nel 1905 tenne corsi di Medicina Operatoria nell’Università di Siena. Infine nel 1922 conseguì anche la libera docenza in traumatologia.
Il lavoro di ricerca divenne la sua ossessione che soddisfaceva con lunghe e difficili indagini, controlli rigorosi, notti di studio e verifiche di giorno in sala operatoria. Di questi undici anni di studio, che costituiscono il primo periodo della vita scientifica del prof. Giannettasio, restano ben trentatré pubblicazioni di cui alcune di grande rilevanza. Le stesse dimostrano altresì quanti vari fossero i campi della sua ricerca. Ci sono studi di anatomia, di traumatologia, importanti lavori di istologia, istogenesi e di batteriologia, contributi di terapia e rendiconti statistici, insomma le questioni mediche per l’epoca più controverse ricevettero da lui importanti contributi scientifici.
Non gli mancarono però le delusioni dal mondo accademico. Partecipò e fu dichiarato idoneo alla Cattedra di Medicina Operatoria di Palermo e di Genova e in quella di Patologia Chirurgica dell’università di Catania, ma la cattedra non gli venne assegnata. E la stessa cosa avvenne per la Cattedra di Clinica Chirurgica e Medicina Operatoria dell’Università di Padova.
Pertanto nel 1903, a trentasette anni, forse perché ormai si sentiva maturo per incarichi accademici più rilevanti senza dover sottostare ai vincoli posti dai baroni universitari dell’epoca, abbandonò gli atenei per dedicarsi completamente alla carriera ospedaliera. Infatti in quell’anno vinse il concorso per chirurgo all’ospedale di Grosseto che, grazie alla sua opera, divenne uno dei più importanti della Maremma. A Grosseto perfezionò in modo originale il processo di nefropessia per il quale nel 1905 pubblicò il testo “Contributo clinico alla nefropessia, processo proprio”.

Questo suo lavoro relativo all’intervento chirurgico per la cura della ptosi renale venne discusso dalla Società Italiana di Chirurgia e a Parigi da quella francese e suscitò ampi consensi tra gli altri chirurghi.
Nel 1906 vinse il concorso per primario chirurgo a Ravenna, importante ospedale che godeva di grande di prestigio perché fino allora era stato diretto dal famoso chirurgo prof. Bartolo Nigrisoli, un luminare del settore.
A Ravenna Giannettasio effettuò migliaia di interventi chirurgici ed è di quel periodo la sua interessante monografia sull’appendicectomia, l’asportazione chirurgica dell’appendice, argomento che all’epoca era al centro del dibattito tra i chirurghi e al quale lui portò un pregevole contributo grazie all’esperienza maturata nelle sale operatorie. Del periodo ravennate è significativa la testimonianza di Raffaele Sorrentino, chirurgo dell’Ospedale di Rossano che nel 1906 si era recato in quella città per un periodo di perfezionamento sotto la guida di Giannettasio. Dice Sorrentino: “Opera benissimo; è valoroso davvero e di una rapidità che sbalordisce. In mia presenza, con l’orologio alla mano ha operato l’ernia alla Bassini in 6 minuti, dal taglio cutaneo alla sutura della cute. Egli con la massima indifferenza esegue 6, 7 operazioni di seguito, e tutte importanti. Dal Dicembre scorso anno ad ora, cioè in 10 mesi, ha una statistica di 600 operazioni con 90 laparatomie (incisione chirurgica della parete anteriore dell’addome che consente l’accesso alla cavità addominale e agli organi in essa contenuti). Cura con l’asepsi completa ed i suoi operati guariscono tutti per prima intenzione senza una goccia di pus. Però il pregio suo maggiore è la sicurezza della diagnosi che è indizio di forti studi di pratica proficua, di quel tale intuito clinico che non si trova facilmente”. A proposito della mancanza di pus riferita dal dott. Sorrentino, c’è da aggiungere che il prof. Giannettasio fu l’inventore di un efficace disinfettante che da lui prese il nome di “Clorosol Giannettasio”, realizzato con la sua formula dalla Farmacia Roberts di Firenze, e che, largamente utilizzato in chirurgia per il lavaggio delle ferite, evitava l’insorgere di infezioni.
Nel 1908 da Ravenna si trasferì a Firenze per dirigere l’Ospedale fiorentino di San Giovanni di Dio e intraprendere un nuovo periodo di più intensa e proficua attività chirurgica. Infatti oltre al San Giovanni di Dio, operava all’Ospedale Salviatino di Fiesole e in due altre case di cura, lasciando di stucco i suoi collaboratori per la sua frenetica attività che non incideva né sul suo fisico né sul buon umore. Successivamente limitò gli ospedali dove operava ma i suoi interventi fiorentini continuarono a essere sempre numerosissimi tra il San Giovanni di Dio e Villa Flora. Comunque mai trascurò la ricerca scientifica che vide diciotto sue nuove pubblicazioni e la partecipazione a congressi italiani ed esteri dove portava sempre la sua dottrina e la sua esperienza.
Nei tragici momenti in cui il Paese aveva bisogno, fu sempre in prima fila per portare il suo contributo. Nel 1908 accorse a Reggio Calabria per il terribile sisma che colpì la città e nel 1915 e nel 1920 fu rispettivamente nella Marsica e in Garfagnana anch’esse colpite da terremoti.
E mai diradò i rapporti con la sua terra d’origine. A Rossano fu Direttore Sanitario Onorario dell’Ospedale e vi tornava sempre con piacere, ospite della sorella Aurea sposata col barone Antonio de Stefano, portando ogni volta la sua supervisione, i suoi insegnamenti, i suoi contributi efficaci ed effettuando personalmente gli interventi più delicati che, in un’epoca in cui l’assistenza sanitaria pubblica non esisteva, erano assolutamente gratuiti. Perciò ogni suo arrivo era una festa per il paese e quando passeggiava per le strade cittadine, circondato dai colleghi, dagli amici e dagli ammiratori, era da tutti salutato festosamente, saluti che ricambiava con innata cortesia. A lui si devono le innovazioni che nei primi del ‘900 vennero apportate all’Ospedale cittadino, nonché al nuovo reparto chirurgico. Nel 1913 fu anche candidato nel Collegio di Cassano per la provincia di Cosenza, ma arrivò secondo in quanto preceduto dal potente agrario locale Paolino Chidichimo.
Durante la prima guerra mondiale, pur non avendone obbligo, andò a dirigere da tenente colonnello medico per tre anni la IV Ambulanza Chirurgica d’Armata, così si chiamavano gli ospedali militari di guerra.

Le ambulanze chirurgiche sorsero per risolvere uno dei più grandi e discussi problemi della chirurgia di guerra e cioè il trattamento delle ferite cavitarie e soprattutto delle ferite penetranti dell’addome. Fino ad allora una gran parte dei chirurghi militari seguiva l’assioma di William MacCormac, chirurgo del St Thomas’ Hospital di Londra con esperienze sui campi di battaglia come chirurgo militare e considerato un’autorità sulle ferite da arma da fuoco. Secondo il chirurgo londinese “un ferito al ventre muore se operato, sopravvive se è lasciato in riposo”. Pertanto i dirigenti del servizio sanitario degli eserciti, in Italia, in Francia e in altri stati, impartivano ai medici la direttiva di astenersi per i feriti addominali da qualsiasi intervento e di limitarsi a mettere il paziente nelle migliori condizioni di calma e di immobilità. Contro questo assioma reagirono risolutamente alcuni chirurghi, e tra questi il Giannettasio, che, con critiche serrate e rigorose, dimostrarono la necessità e l’opportunità che anche i feriti addominali di guerra fossero sottoposti allo stesso trattamento previsto per gli stessi feriti in tempo di pace. Vennero perciò create le Ambulanze per la chirurgia dell’addome e in genere per la chirurgia delle grandi cavità. Quando giunse l’ordine di partire per il fronte, nel basso Isonzo, l’Unità diretta da Giannettasio si stabilì a Gradisca nei locali di una ex caserma austriaca. Maria Bonetti, un’infermiera volontaria della Grande Guerra, così ricorda: “Noi siamo al piano superiore e di sotto a noi è la quarta Ambulanza Chirurgica d’Armata del prof. Giannettasio, con feriti gravissimi, tutti cranici, addominali e spinali”. Qui i feriti arrivavano abbastanza presto e in condizioni più vantaggiose rispetto a prima. Comunque per essere ancora più vicino dove si combatteva, una sezione avanzata del suo ospedale si stabilì a Devetaki, nel Vallone del Carso, in una grotta che venne appositamente riadattata e attrezzata.

L’idea della grotta fu fortemente voluta da Giannettasio, il quale, dopo aver visitato quelle del Vallone Carsico, vi intravide la possibilità di potervi operare e curare i feriti più gravi risparmiando loro i tempi maggiori e il disagio causati da un più lungo trasporto. In quel periodo Giannettasio operava anche 24, 36 ore di seguito. In due anni, dal 1916 al 1918, vennero soccorsi quasi seicento feriti all’addome a al torace e operati la metà, di questi quasi la metà guarì. La guerra accelerò i tempi per la chirurgia nelle cavità celomatiche e le suture intestinali. Inoltre le resezioni viscerali dei feriti divennero uno straordinario laboratorio di progresso negli ospedali militari da campo di cui Giannettasio fu un protagonista.
Terminata la guerra ritornò al suo incarico all’Ospedale fiorentino e agli studi che sempre accompagnavano la sua consueta e frenetica attività professionale, con la pubblicazione di nuove ricerche. Purtroppo però la morte lo colse il 17 giugno 1925, a solo 59 anni, nella sua modesta cameretta dell’Ospedale San Giovanni di Dio e la notizia del suo decesso si diffuse in un baleno nella città. Firenze tributò alla sua persona manifestazioni di sincero cordoglio che raramente si erano viste prima. Stesse scene di sgomento si verificarono a Oriolo e a Rossano quando vi giunse la triste notizia. Nelle tre città subito si formarono dei comitati per onorarne la memoria. Di quello di Firenze, presieduto dal comandante della VIII Corpo d’Armata, dal Rettore dell’Università, dal prefetto e dal sindaco, facevano parte centoundici tra professori universitari, medici e professionisti vari, italiani e stranieri. Il comitato fiorentino decise di accettare in dono un busto di Giannettasio, che fu posizionato nell’atrio dell’Ospedale S. Giovanni di Dio, e di creare la fondazione perpetua “Niccola Giannettasio” con lo scopo di aiutare economicamente i laureati in medicina, in condizione disagiata, che volevano perfezionarsi per un biennio in chirurgia generale e ginecologia.
Il Comitato di Oriolo deliberò di erigere un busto in bronzo da collocare nella piazza del paese. A Rossano il Comitato fu presieduto dal dott. Raffaele Sorrentino, Direttore dell’Ospedale cittadino. Il ruolo di vice presidente era svolto dal dott. Giuseppe Casciaro, Aiuto Chirurgo negli Ospedali di Roma. Il dott. Francesco Pisano, presidente della Congregazione di Carità dalla quale l’ospedale dipendeva, ne era il cassiere, mentre il dott. Marino Altomonte, direttore della farmacia dell’Ospedale, assolveva al ruolo di segretario. Facevano altresì parte del Comitato: Altavilla rev. Prof. Nicola, Amantea col. Antonio, Amarelli bar. Fortunato, Berlingieri dott. Pasquale, Capobianco prof. Pasquale, Carbone comm. avv. Giovanni, Casciaro ing. Pasquale, Cherubini cav. Francesco, De Lauro prof. Giuseppe, De Rusis dott. Diego, Lepore cav. Francesco, Palopoli ing. Domenico, Rizzo sig. Giuseppe, Smurra cav. Tiberio, Tassone dott. Umberto, Tocci avv. Francesco. La Congregazione di Carità di Rossano, che gestiva l’Ospedale, nella seduta del 22 giugno 1925 deliberò di intitolarlo a Niccola Giannettasio e di collocare un busto del famoso chirurgo, in bronzo o marmo, nell’atrio dell’Ospedale stesso. Il busto, scoperto con cerimonia ufficiale del 10 ottobre 1926, riporta sulla base la scritta: “Nicola Giannettasio chirurgo qui ove il suo ricordo è perenne. 17 giugno 1926”. Le spoglie di Niccola Giannettasio oggi riposano a Firenze nel cimitero monumentale di San Miniato al Monte, vicino a Carlo Lorenzini (Collodi), a Vasco Pratolini, a Giovanni Papini, a Giovanni Spadolini, Franco Zeffirelli e tanti altri grandi. Sulla sua lapide volle che fosse scritto solo: “Qui giace un Umile che molto soffrì e molto beneficò”.

PS. Articoli, testi, documenti, foto relative all’articolo sono consultabili sul sito
https://anticabibliotecacoriglianorossano.it/libri-giornali-articoli/calabresi/niccola-giannettasio/

 

Martino A. Rizzo

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito anticabibliotecacoriglianorossano.it. Nel 2019 ha curato la pubblicazione dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi.

 

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