L’INTERVENTO. Nuove facoltà universitarie a Cosenza: vincono pennacchi e centralismi. 

Alla fine Cosenza ce l’ha fatta. A settembre partiranno nuovi corsi di studi universitari, nelle aule dell’Unical. Sicuramente una buona notizia. Fa piacere che anche l’alta Calabria si doti di una facoltà medica. Tuttavia gli strascichi lasciati dall’operazione ci invitano ad uno spunto di riflessione che, giocoforza, coinvolgerà un serie di fattori. Apparentemente non legati all’istituzione del nuovo corso di studi, ma, in realtà, sensibilmente connessi.

Per quanto condivisibili le ragioni cosentine relative al nuovo corso di laurea, comprendiamo comunque la posizione catanzarese. Non già per fornire una spalla a insane logiche di campanile, ma per la scelta logistica delle strutture connesse ad una facoltà di medicina che, nel Capoluogo di Regione, rispettano i dettami del buon senso.

È bene ricordare che le facoltà mediche necessitano di un luogo di specializzazione nel quale far muovere i primi passi, nel delicato settore, ai futuri medici. L’attiguità del Policlinico all’Università rende Catanzaro, logisticamente, inattacabile. Qualunque Ateneo, con annessa facoltà di medicina, vorrebbe avere un Policlinico contiguo al plesso universitario. Tuttavia tale operazione non sempre è stata possibile, causa la diversa genesi storica degli Atenei e degli ospedali nelle Città. A Catanzaro, quanto descritto è stato realizzato essendo, entrambe, strutture di recente costruzione. Per questo motivo si è ben pensato di allocarle nelle immediate vicinanze.

Nel caso cosentino, invece, la scelta di collocare il previsto nuovo ospedale in un’area estranea al contesto universitario denota poca lungimiranza, assenza di visione e attaccamento al pennacchio.

Vieppiù, si palesa una totale dissociazione delle scelte politiche. Da un lato si imbastiscono battaglie per ambire a importanti riconoscimenti, dall’altro si dimostra carente sagacia nei processi di coesione sociale e territoriale.

È circostanza notoria — come dicevamo — che l’area  cosentina dovrà beneficiare della realizzazione di un nuovo ospedale. Un nosocomio con caratteristiche da Policlinico nel quale, tra le altre cose, rendere pratici gli insegnamenti ai futuri medici della istituenda facoltà. Mal comprendiamo, pertanto, il motivo spingente la politica bruzia a voler allocare la futura struttura nel quartiere di Vagliolise. Sconnesso, quest’ultimo, dal contesto universitario e, per di più, collocato in un’area a forte antropizzazione della Città.

È in atto, invero, una guerra all’ultimo campanile tra il comune Capoluogo ed i Comuni contermini fra quella che sarebbe (o dovrebbe essere) la migliore allocazione del complesso dedicato alle cure sanitarie.

Ebbene, senza paura di smentita alcuna, siamo convinti che l’eventuale edificazione nell’area di confine tra Rende e Montalto Uffugo — a margine della struttura universitaria — sia non già la soluzione migliore, ma quella più auspicabile. A tutt’oggi, più inclusiva e più rispettosa di tutto il territorio e non solo del perimetro della Città bruzia. Va ricordato, infatti, che nell’ambito rendese, pensato allo scopo, è previsto uno svincolo autostradale lungo la A2. Ancora, una nuova stazione AV e, soprattutto, l’area non si presenta satura di urbanizzazione. Trattandosi di una struttura complessa, determinate condizioni di collegamento e mobilità intermodale dovrebbero essere tenute in debita considerazione. Vieppiù, ai nastri di partenza della nuova facoltà, non considerare quanto sopra dichiarato comprova un dissennato centralismo nell’azione politica delle locali Classi Dirigenti. Quindi, uno scollamento dalla realtà effettuale che conduce, finanche, a non rispettare i bisogni e le necessità pratico-didattiche dei futuri discenti della nuova facoltà. Senza considerare che, in ottica squisitamente amministrativa, una eventuale infelice destinazione urbanistica della struttura nosocomiale potrebbe rappresentare la pietra tombale sul processo di sintesi municipale della Città e dei Comuni dirimpettai. Non dimostrare, già oggi, una visione inclusiva e coerente del territorio, sarebbe un deterrente terribile verso ogni possibile ed auspicabile processo di amalgama civica.  Un ultimo e doveroso riscontro andrebbe fatta circa le facoltà che accompagneranno medicina nella nuova offerta didattica dell’Unical. Spiace constatare che anche rami di studio poco attinenti alle caratteristiche del territorio bruzio finiscano per essere accentrati nella sede di Arcavacata. Ci saremmo aspettati che facoltà del calibro di “Tecnologie del Mare e della Navigazione”, magari, avessero aperto le porte all’istituzione di corsi decentrati verso le località dell’Arco Jonico. È risaputo, infatti, che percosi formativi del genere troverebbero pieno sviluppo in quelle aree votate ad un rapporto privilegiato con il mare. Tuttavia, non avevamo considerato la patologia che colpisce i poteri decisori in seno ai tre Capoluoghi storici della Calabria: il centralismo. Pertanto, poco male, se a fianco percorsi costituenti occasioni di sviluppo per le solite aree note, si lascino altre aree nel più totale stato d’abbandono. L’importante è che lo scriteriato orizzonte di questa Regione resti impostato sulla storica spartitoria visione a tre teste. Ma su questo, quindi sull’esigenza di bilanciare rapporti ed equilibri politici su ambo i lati della Regione, la politica continua inesorabilmente a latitare. Pertanto, argomenti relativi l’istituzione di un nuovo Capoluogo su Corigliano-Rossano e, contemporaneamente, politiche che inverino lo status di Crotone e non già un pro-forma, lasciano il passo a sterili argomenti da marciapiede. E non già per conclamata incapacità a comprendere i benefici che sarebbero rilasciati dalla su menzionata istituzione nel territorio, quanto per paura di rompere cristallizzati equilibri nei quali la politica è inzuppata fino al collo. Gli stessi equilibri che, storicamente, hanno generato due Calabrie: la Calabria e l’altra Calabria. La prima con un accettabile stato di normalità ed una parvenza d’emancipazione, che si dimena nell’accentrare la qualunque. La seconda che ignora cosa sia la normalità e disconosce finanche il significato del termine emancipazione. Sempre pronta, tuttavia, con il cappello in mano, a prostrarsi alla corte dei poteri centralisti.

Francesco Parrotta

Domenico Mazza

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