Teresa Carmen Gagliardi – Psicologa e Psicoterapeuta

Poteva chiamarsi Paolo, Lorenzo, Marco e non Willy. Essere Italiano, Francese, Cinese e non Capoverdiano. Essere un figlio, un amico, un fratello…chiunque. La situazione non sarebbe andata diversamente. Accanirsi contro una persona per venti minuti, sferrandogli calci e pugni, ha solo un nome: violenza. Un comportamento aggressivo volontario rivolto verso qualcuno con l’intento di arrecargli un danno. Un modo per dimostrare ed affermare chi detiene il potere, chi è il più forte.

L’aggressività è un aspetto che appartiene all’uomo così come all’animale, ma una violenza maligna e crudele, verso appartenenti alla stessa specie, non si riscontra in nessun mammifero.

L’essere umano è l’unica eccezione. L’unica specie in grado di agire in modo distruttivo verso i suoi simili, senza risparmiarsi.

Pur avendo fatto il salto evolutivo verso la sapienza, l’uomo rimane il predatore che continua ad usare la violenza per tentare di difendere il suo posto nel mondo.

Nelle dinamiche di violenza si contrappone sempre chi si considera più forte rispetto ad una persona ritenuta più debole. Entra in gioco una questione di potere, ovvero un illusorio tentativo di controllo.

Ogni modalità di approccio all’altro e alla vita, che si manifesta con atteggiamenti e comportamenti violenti, implica unfallimento di comunicazione. L’utilizzo di competenze comunicative non sviluppate o inadeguate. L’incapacità di mettere in atto un seppur minimo funzionale dialogo tra sé e l’altro.

Una ricerca incessante di virilità, oggi, può portare a fare i conti con le proprie insicurezze. Tutto ciò spesso sfocia in paura, rabbia, aggressività, odio verso sé e verso gli altri. Si innesca il bisogno di dover dimostrare a se stessi e agli altri ciò che vacilla in termini di definizione di sé.

Il caso di Colleferro solleva l’indignazione. Ancora di più quando qualcuno giustifica tali nefandezze con la scusa che esistano, ad oggi, esseri umani di serie A ed altri di serie B.

È l’incontro con l’altro che apre al nuovo, altrimenti si rischia di chiudersi all’interno dei propri limitati confini. In questa chiusura è facile poi perdere il senso di ciò che si è.

Nel tentativo esagerato di voler essere, di non riconoscere la propria fragilità, si rischia di affermarsi nel mondo nel modo peggiore possibile. Annullare l’altro per esaltare se stesso.

Per imparare ad essere è necessario riconoscere ed accettare quello che non si è. È un passaggio obbligato, altrimenti sarà sempre qualcun altro a farne le spese.

Una società che difende la prepotenza è una società che si rende complice, legittimando la possibilità che si possa fare ancora, ancora e ancora.

Una società che educa alla violenza rischia di rimanere vittima degli stessi valori che esalta.

La violenza colpisce il cuore della civiltà. Mortifica l’essenza dell’essere umano.

Forse, però, non è ancora tutto perduto.

Teresa Carmen Gagliardi – Psicologa e Psicoterapeuta