L’INTERVENTO. Il Rdc non è solo per i furbi e i vagabondi, ma c’è anche la parte sana

Ieri sera entrando in uno dei tanti panifici della nostra bella città Rossano ho assistito coi miei occhi ad una scena che mi ha confortato il cuore: una signora poco più che venticinquenne si offriva al titolare del panificio per aiutarlo settimanalmente nella preparazione dei dolci. “Si perché a me piace tanto fare i dolci anche a casa mia, mi diverte molto” diceva parlando col titolare. Poi è uscita ed ho chiesto informazioni pensando fosse qualche progetto di integrazione o di formazione professionale. Alla fine ho scoperto che era una percettrice di reddito di cittadinanza che si offriva di fare le sue ore di lavoro settimanali previste dalla legge collaborando col lavoro del panificio.

Dunque né a Rossano e neppure nel nostro sud e penso anche Nord Italia, non ci sono solo i vagabondi e i furbi che vogliono prendersi i soldi alle spalle dello stato, ma ci sono anche quelli che vogliono guadagnarsi il pane col proprio lavoro, utilizzando anche gli aiuti dello stato, ma dando il proprio contributo lavorativo alla società.

Sarà un piccolo episodio, può darsi, ma dovrebbe essere la conseguenza della nuova impostazione che l’attuale governo ha dato alla legge del reddito di cittadinanza costringendo chi lo percepisce a impegnarsi per il lavoro settimanale pena la perdita del contributo dello stato.

Nel frattempo la signora passerà da un hobby casalingo di fare le torte, a una esperienza di lavoro dentro una azienda privata che potrebbe anche darle una formazione professionale utile per la sua vita futura.

Quando lo Stato si impegna ad aiutare i cittadini in difficoltà e questi rispondono dando la propria collaborazione tutta la società ne guadagna. La forza di uno stato, di una azienda, di una qualunque struttura associata si moltiplica sempre quando c’è sinergia e vera collaborazione tra autorità che dirige e  cittadini o dipendenti o  partecipanti della struttura.

FABIO MENIN

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