L’INTERVENTO. Il giornalismo e l’ipocrisia di massa di Matteo Lauria

Parlamento

In queste ore è scoppiata una polemica all’interno del prestigioso e autorevole quotidiano “IL SOLE 24 ORE” (https://www.giornalistitalia.it/il-sole-24-ore-un-articolo-che-ci-indigna/?fbclid=IwAR3qQNrJzfj9DMZ91mCh7KUW-OR–kA1vU1tkvCXsIvSVqOMqmplC2dqcGM) in cui emerge in grande evidenza come sia flebile, in una analisi più ampia del fenomeno, il rapporto tra il potere degli editori e quello dei giornalisti, regolamentato da quello che dovrebbe identificarsi come “rapporto di fiducia”. Che tradotto nella realtà è solo ed esclusivamente di subalternità. Un sistema che conviene ai poteri consolidati, perché in Italia – è ormai chiaro – non si vuole un giornalismo libero, incondizionato, autonomo e indipendente. Eppure basterebbe davvero poco, nessuna rivoluzione copernicana è richiesta al fine di restituire dignità alla categoria e rendere l’ITALIA un Paese libero: basterebbe destinare i finanziamenti dello Stato solo ed esclusivamente a soggetti giuridici ( società, cooperative, ditte, associazioni, etc etc) composti prevalentemente da giornalisti e da quelle figure professionali necessarie allo svolgimento delle attività differenziabili per tipologia (carta stampata, radio, TV, siti/web, etc). Oggi il problema della categoria giornalistica è garantire gli stipendi in un momento storico, che dura ormai da un ventennio, di precarietà salariale, dettato dalla crisi.  Ciò determina un rapporto di accondiscendenza dei giornalisti nelle relazioni con  gli editori (datori di lavoro) i quali spesso hanno interessi da tutelare per cui usano l’informazione al fine di perseguire gli obiettivi prefissati. Va da sé che se il finanziamento pubblico lo si destina, in via esclusiva, a soggetti giuridici composti da soli giornalisti decade il vincolo di subordinazione rispetto ai poteri consolidati. Il vero problema è che la politica non ha alcun interesse ad avere una stampa libera, perché sarebbe vissuta come organo di controllo. E, in Italia, meno controlli (seri) ci sono meglio si può agire indisturbati. Oggi assistiamo a un gioco delle parti tra spartizioni da manuale Cencelli quando si parla di servizio pubblico e assunzioni nelle strutture private spesso politicizzate. Nei talk i giornalisti appaiono, in molte circostanze, come soggetti espressione di un potere politico, a seconda della testata di appartenenza, sprovvisti spesso di quel giudizio critico capace di mettere in discussione i famosi poteri consolidati di cui fanno parte, magari, gli editori di appartenenza. In tutto questo, ovviamente, non vedo un limite del singolo giornalista (che rischia il posto di lavoro) ma di regole e di sistema.  Ma in Italia è più facile puntare il dito contro i giornalisti (l’anello debole) e bollarli come “venduti” o con altri epiteti sgradevoli che vanno su questa scia, e non già battersi per rivoluzionare un sistema antidemocratico che alla fine si ripercuote su ogni singolo cittadino. Il quale paga il canone RAI ma resta in silenzio rispetto alla gestione politicizzata del servizio pubblico. Accusare quindi il singolo giornalista rientra pienamente in quella logica striminzita di visione tipica di chi guarda il dito e non la luna. Apriamoci quindi a una vera rivoluzione del sistema dell’informazione, battiamoci partendo  dal basso, affinché il Governo (attuale o successivi) s’impegni ad avviare una nuova stagione, destinando i finanziamenti pubblici rivolti a soggetti giuridici composti da soli giornalisti. I risultati sarebbero straordinari: la libertà di informazione, l’autonomia e l’indipendenza (quella vera non quella mendicata), la precarietà dei giornalisti, i posti di lavoro. Tanti obiettivi che si potrebbero raggiungere in un sol colpo.  Ancora oggi, invece, preferiamo restare così, incastrati a un sistema bloccato e in mano a chi muove potere e denaro… Però di moralizzatori, di rivoluzionari, di predicatori di democrazia, continuiamo ad averne a iosa…

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