L’INTERVENTO. Elezioni: corruzione e meritocrazia, l’Italia che non cambia  

In Italia uno dei reati che si colloca ai primi posti è la corruzione. C’è chi si vanta di aver varato provvedimenti più restrittivi, ma non pare, da quel che emerge quasi quotidianamente, che l’andazzo sia cambiato. Dalla gestione dei concorsi all’assegnazione di gare e appalti o di incarichi che continuano a essere vissuti come prebende. Quale classe politica è capace di portare avanti dei programmi anteponendo i valori della meritocrazia, in cui sia prevalente l’idea del “chi sbaglia paga”? È mai possibile che, in Italia, nessuno risponda a nessuno? Nella pubblica amministrazione poi, su questo versante, si tocca il fondo. Partiti, movimenti e sindacati su tali questioni tacciono. Si vive e ci si nutre di corporazione. In Italia se un magistrato o un rappresentante delle forze dell’ordine sbaglia e presenta dei bilanci poco esaustivi, anziché adottare misure di rimozione da quella postazione del soggetto interessato, spesso impreparato, lo si premia e fa persino carriera. E il tutto si giustifica con la solita formula che mancano “uomini e mezzi”. E l’aspetto che più brucia è che ci sono persone che hanno creduto nello Stato e pagato con la vita i valori di  fedeltà e di appartenenza alle istituzioni, come Falcone e Borsellino (in foto)

Nel riquadro Matteo Lauria

Di tutto questo la politica non parla, né si promuovono progetti capaci di cambiare il Paese. La fregola è la solita: la conquista di un potere. E poco importa se l’italiano medio oggi prova disgusto per la politica. E allora ecco che si assiste alla corsa alle candidature. Ma per dire cosa? Al momento siamo stati bravi solo a costruire un sistema verticistico, eccessivamente gerarchizzato. E, allo stesso tempo, parliamo di democrazia dal basso. La classe politica italiana rasenta il ridicolo. Si dice tutto e il contrario di tutto nel giro di una frazione di secondo. Tanto a chi si risponde? Oggi è venuto meno anche il rapportarsi con la propria coscienza. Il tessuto sociale sembra anestetizzato, non reagisce a nulla. E questa “divina indifferenza”  non è certo da ascrivere al Covid o delle guerre in atto. Ognuno pensa al suo. Troppa aridità in giro, troppo “io”. Si è mossi, ciascuno, dall’anteporre i propri interessi. Tutto questo, la mancanza di una cultura d’insieme, produce diseconomie, miseria, povertà. Non lo abbiamo ancora capito. E d’altronde nell’epoca in cui si vive molto d’immagine e poco di sostanza appare evidente il declino di una classe dirigente che non riesce a trasmettere quella voglia e quel desiderio di partecipazione attiva nei cittadini alle decisioni del Paese. Lo vediamo anche in riva allo Jonio. Ci sono dei progetti a vocazione naturale che mirano a costruire un’area metropolitana lungo tutto l’arco jonico (da Crotone e Gallipoli) e la classe politica fa finta di non vedere e di non sentire. E magari sprechiamo tempo e parole per discutere dell’assunzione di due bagnini. Ci sono zone in cui in alcune ore del giorno è persino impossibile respirare per i forti odori nauseabondi e nessuno interviene. E si chiede al cittadino di denunciare. E magari quando lo fa quella stessa denuncia finisce in un cassetto. Questo è il contesto italiano. E chi parla di queste cose? Quale leader? Quale partito? È l’Italia dell’apparenza, del tutto fumo. È l’Italia dell’ipocrisia. È tutto falsato!

Matteo Lauria – Direttore I&C

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