Le Case di Riposo al tempo del Coronavirus di Domenico Mazzullo

Domenico Mazzullo

Le Case di Riposo al Tempo del Coronavirus
Questa è certamente una delle pagine, se non la pagina più triste di questo Diario al Tempo del Coronavirus.
L’argomento delle Case di Riposo per Anziani, mi suscita sempre una immensa tristezza, una angoscia  e una commozione profonda.
Ho cominciato a conoscerle, quando appena laureato, giovane medico inesperto, ho iniziato la mia vita professionale facendo il Medico Condotto, allora ancora esisteva questa mitica e magica figura di stampo ottocentesco, che ben si addiceva ai miei gusti da antiquariato.
Fra le tante competenze del Medico Condotto, oltre alla cura, naturalmente, dei malati a lui affidati, c’era quella delle Case di Riposo per Anziani, nel territorio di cui era responsabile.
Questa incombenza comportava, naturalmente, il recarsi in Casa di Riposo quando un anziano ricoverato si ammalava, il che avveniva molto spesso, soprattutto in inverno, ma anche una necessità molto più triste e dolorosa, quella di constatare il decesso di un ospite della Casa e stilare il relativo Certificato di morte, cosa, anche questa che avveniva piuttosto spesso.
Quando ricevevo una telefonata da una delle Case di Riposo della mia giurisdizione per il primo, ma soprattutto per il secondo dovere, il cuore mi si riempiva di profonda tristezza e recarmi in quei luoghi mi costava tantissimo e ancora conservo negli occhi, a distanza di quasi cinquanta anni, lo sguardo di queste Persone anziane, Che vivevano come una novità l’arrivo del “Dottorino”, come mi chiamavano allora, vista la mia giovane età.
Mi accoglievano trepidanti, Coloro i Quali erano in condizione di non essere relegati a letto,, curiosi di conoscere quale fosse la Persona ammalata, o peggio ancora deceduta, per cui era stata richiesta la mia presenza e quando scoprivano che si trattava della prima opzione, tiravano un sospiro di sollievo, al pensiero che la morte, con il suo carico di sofferenza, si fosse sì avvicinata, ma poi avesse deciso che non era ancora tempo.
Io, ancora così giovane e inesperto, cercavo di immedesimarmi, di immaginare, di percepire,  di capire lo stato d’animo che dovesse necessariamente risiedere in Persone così anziane e viventi in Casa di Riposo, un eufemismo per intendere piuttosto la Sala d’attesa della morte, lo stato d’animo di Persone Che avevano avuto una vita attiva, un lavoro, degli affetti, anche delle preoccupazioni, naturalmente, una famiglia, e che ora per varie cause, alcune giuste ed inevitabili, altre ingiuste ed evitabili, erano state costrette ad abbandonare la Loro casa, il Loro ambiente, i Loro familiari, le Loro cose, i Loro ricordi, per trascorrere l’ultimo tratto della propria vita, in un luogo, per quanto ameno e curato, comunque estraneo e con la compagnia di altri anziani come Loro, in attesa dello stesso inevitabile traguardo.
Avevo compreso che la Loro vita era scandita, regolata, dalle stesse ripetitive, pedisseque abitudini, soprattutto alimentari, la colazione al mattino, la merenda a metà giornata, il pranzo, una seconda merenda al pomeriggio e infine la cena e poi finalmente il tanto agognato sonno che giungeva salvifico a concludere una monotona giornata. E il giorno seguente si ricominciava uguale.
Quando lasciavo questi luoghi, avendo compiuto il mio dovere, lo facevo sempre con un profondissimo senso di colpa, un dolore lancinante nel cuore, al pensiero che io andavo via, continuavo la mia vita fuori di lì,  con le mie relazioni umane, i miei affetti, le mie incombenze, anche preoccupazioni, mentre Loro, le Persone che avevo incontrato, che avevo visitato, con cui avevo parlato rimanevano lì, invece, fino a che….
Fortunate Le persone che avevano familiari, solleciti nel visitarli, nel portare Loro quel poco di calore di casa, di famiglia, di affetto, che tanto mancava, e che un poco ritrovavano in quel tempo dedicato alle visite, sempre troppo poco, ma molti purtroppo questa consolazione non la avevano e allora scoprivo nei loro occhi la delusione e quasi anche l’invidia verso gli Altri, più fortunati Che avevano ricevuto la visita di qualcuno.
Queste immagini sono ben stampate nei miei occhi e nella mia mente, ma anche trascritte in tanti quaderni con la foderina nera, ove riporto, sotto forma di racconti le mie esperienze di medico.
Ho continuato poi a frequentare queste Case di Riposo, quando, come Psichiatra, la mia opera veniva richiesta per lenire i dolori e le sofferenze della depressione che spesso colpiva gli anziani ricoverati in questi luoghi. 
Purtroppo con scarso successo, visto che con i miseri mezzi della Medicina, non ero in grado di curare, di lenire i dolori dell’animo, che provenivano dalla solitudine, dall’abbandono, dal venir meno di uno scopo nella vita, per cui cercare di sopravvivere, dal vedere ogni giorno avvicinarsi quell’inesorabile traguardo, paventato, ma anche desiderato.
Tutte quelle immagini mi tornano ora alla mente quando sento alla radio, vedo in televisione, leggo sui giornali, che il Coronavirus si è fatto alleato della morte e spessissimo, con una frequenza inaudita , si è recato in quelle Case, per strappare, portar via, rapire delle Persone che vivevano lì gli ultimi attimi della propria esistenza, forse a volte liberandoLe da una vita divenuta troppo triste e gravosa.
Ieri un giornale, a proposito di queste tante morti da Coronavirus in Case di Riposo, con discutibile, macabra ironia titolava:
 “Case di Riposo Eterno”.

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