La festa di Santa Lucia tra coccia e jurni cuntati, racconto di Martino A. Rizzo

Santa Lucia, la Santa protettrice degli occhi e della vista, si festeggia oggi, il 13 dicembre, nel giorno che la credenza popolare riteneva il più corto dell’anno. Questa festa era particolarmente sentita da chi aveva ricevuto la grazia della guarigione da qualche malattia o infortunio agli occhi per sé o per un parente. Il 13 dicembre veniva, e viene, celebrata nella Cattedrale di Rossano una Messa sull’altare dedicato proprio a Santa Lucia, che è il primo della navata di destra, entrando dalla porta principale della chiesa. Sopra l’altare, è collocato il bel dipinto ottocentesco della Santa eseguito dal pittore calabrese Raffaele Aloisio, (Aiello Calabro, 23.3.1811 – 21.5.1892) che la rappresenta con un volto carnoso e con in basso due putti dalle forme opulenti. Alla messa assistevano innanzitutto le donne che dovevano sciogliere il voto per la grazia ricevuta. Nel chiedere il santo aiuto, avevano promesso che avrebbero offerto a Lucia un occhio di argento oppure un biglietto da dieci lire. E, prima della cerimonia religiosa, in quella mattina del tredici dicembre, veniva mantenuto l’impegno delle dieci lire o dell’occhio d’argento.

Ma non c’era solo la parte religiosa della festa. Infatti, la sera della vigilia, il 12 dicembre, la tradizione voleva che si mangiassero tredici pietanze. Ciò avveniva anche in anni in cui dal punto di vista economico mettere in tavola tredici piatti diversi non era facile.

Per fortuna c’era il baccalà che non mancava mai e che veniva cucinato in tre modi diversi, “a ragù”, “scattiatǝ” e “frittǝ”, e così contava per tre. Contribuivano inoltre a raggiungere le tredici portate la famosa pasta “agghjǝ e ogghjǝ”, i “vrocculi stufati”, l’insalata di lattuga condita con olio e aceto che costituiva un contorno obbligato del baccalà fritto. Inoltre si faceva ricorso alle famose provviste di melanzane, alle “ngidde”, ai pomodori salati bianchi e rossi, alle olive “ventuse”, a quelle “arriganate”, a un pezzetto di pecorino. Per arrivare a quota tredici, completava il menu “a coccìa e Santa Lucia”.

Si trattava di grano tenuto a bagno per tre giorni che la mattina della vigilia si faceva bollire. Una volta ben cotto, freddato, veniva condito con mosto-cotto, scorzette di bucce di arance, spicchi di noci e chicchi di melagrano. E chi non l’aveva preparato poteva comunque beneficiare di quello realizzato dagli amici e dai vicini che ne avevano fatto in quantità sufficiente per offrirlo alle persone care.

Varie sono le leggende sul legame che unisce il grano a Santa Lucia, tutte antiche e trasmesse a voce. Alcune concordano sul fatto che, mentre era in corso una terribile carestia, il 13 dicembre approdarono delle navi cariche di frumento le quali, sbarcato l’immenso carico, sparirono come per incanto senza chiedere e né ottenere alcun compenso e il popolo affamato, non aspettando che i chicchi fossero macinati, li mise nelle pentole e, una volta cotti, prese a mangiarli.

Dal quattordici dicembre iniziavano anche i “jurni cuntati”, i giorni contati, che terminavano il venticinque dello stesso mese. Così, a ogni giornata si faceva corrispondere un mese. Al quattordici dicembre corrispondeva il mese di gennaio, al quindici febbraio e così di seguito fino al 25 che corrispondeva al mese di dicembre. E i giorni contati erano accompagnati dalla convinzione che le condizioni metereologiche della corrispondente giornata “contata” sarebbe stata asciutta, piovosa, ventosa, soleggiata, calda in relazione al mese che rappresentava. Tanti erano quelli che ne prendevano nota sul calendario in modo da poter verificare se i “jurnj cuntati” quell’anno erano stati veritieri.

In barba, inoltre, alla data effettiva del solstizio (ventidue dicembre), si riteneva che sin dal tredici dicembre le giornate iniziassero ad allungarsi, un poco per volta però, come il piccolissimo passo di un pulcino, in linea col detto popolare «A Santa Lucia / Ammanca ra notta / E criscia ra via, / Cumu nu passu / E ru pipicia».

Martino A. Rizzo 

 

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C (questa settimana eccezionalmente di martedì) 

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito

www.anticabibliotecacoriglianorossano.it Nel 2019 ha curato la pubblicazione

dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate anche nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi di Grazia Greco.

 

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Una risposta

  1. marialuisa zuccherino ha detto:

    bellissimo racconto, poi quelle notazioni in dialetto rendono ancora più intima e familiare l’atmosfera. Grazie

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