La Corajisima tra le maschere di Carnevale rossanesi, racconto di Martino A. Rizzo

Come ogni Martedì Grasso, anche ieri è morto Carnevale: «È scattatə!». Aveva mangiato a crepapelle “maccarruni” conditi con ragù fatto con braciole-involtini di maiale e polpette, aveva gustato otto uova affrittellate con le “frittule”, innaffiando il tutto con abbondante e ottimo “vino paesano”. Tutto ciò dopo tre giorni di esagerazioni con cibo in sovrabbondanza e vino a iosa. E così il suo fisico non ha retto.

Il pranzo del Martedì Grasso

Mario Rizzo, nel suo libro «Rossano, ricordi d’altri tempi», racconta che ci fu un tempo in cui la morte di Carnevale veniva celebrata in città organizzando dei solenni e scherzosi funerali. Infatti il Carnevale, deposto su una specie di barella, veniva portato in giro da quattro uomini mascherati seguiti da altri in maschera e tanti ragazzi. Il pupazzo sulla barella simboleggiava il Carnevale “scattatu”; e quando “il corteo” giungeva a Piazza Steri “Carnilevaru” veniva messo sul terrazzo del Casino dell’Unione e, appoggiata la barella a terra, la salma era affidata a un chirurgo che avrebbe dovuto procedere con un’autopsia per determinare le cause del decesso. Nel frattempo, gli improvvisati attori, continuando a piangere lo scomparso, esaltavano i pregi del defunto e, con battute a doppio senso, facevano un “taglio e cuci” ironico su alcuni aspetti divertenti della vita cittadina. Comunque, innanzitutto, si soffermavano sulle possibili ipotesi della morte. Pertanto uno dei gruppetti dei partecipanti riferiva con apprensione che «simi juti adduvi Carignola / E ra dittui ch’era malu e coru». Il dott. Gennaro Carignola era un medico molto noto a Rossano, amato e stimato dalla popolazione. Un altro gruppo rispondeva: «Simi juti adduvi u mericu e Russi / E ra dittui ch’è stata a troppa tussa». Il dott. De Russis era un altro medico cittadino. Un terzo gruppo continuava: «Simj juti adduvi Berlingeri / E ra ddata a curpa a ra mugghjera». Anche il dottor Pasquale Berlingieri era un altro noto medico rossanese.
Così, considerate le diverse opinioni dei professionisti interessati, per accertare con sicurezza il vero motivo della dipartita, non restava altro da fare che far intervenire il chirurgo che doveva risolvere l’enigma.

Motta Santa Lucia

Questi col camice bianco e una grossa mannaia in mano, apriva la pancia di Carnevale dopodiché individuava le cause della morte che con solennità comunicava al pubblico: «Carnilevaru è scattatu / Pecchì avia troppu mangiatu», e per dimostrare l’attendibilità della sua diagnosi estraeva dal ventre del defunto delle budella di vitello che scrutava con attenzione con dei grossi occhiali constatando che erano piene di maccheroni, polpette e vino, tanto vino. Poi con area grave avvertiva che la stessa sorte sarebbe toccata a «quanti mangiajni assaj».
I rossanesi che affollavano Piazza Steri si godevano divertiti questa specie di farsa popolare che rompeva la monotonia del tran tran quotidiano. Comunque il divertimento non si concludeva con il corteo funebre di Carnevale e la sua autopsia eseguita all’aperto, ma proseguiva con l’entrata in scena della
Corajisima, la vedova di Carnevale. La Corajisima rappresentava la Quaresima, cioè la fine dei festeggiamenti e delle abbuffate. In molti paesi della Calabria compariva il Mercoledì delle Ceneri nella forma di una “pupa di pezza”, tutta nera, che si appendeva fuori dalle finestre per simboleggiare il periodo di austerità, privazioni e digiuno che iniziava con la Quaresima (appunto Corajisima). A Rossano invece la Corajisima diventava un’altra sceneggiata che chiudeva le festività carnevalesche. Vestita tutta di nero, con uno scialle anch’esso nero che avvolgeva la testa in modo da non farsi riconoscere, girava
i rioni del paese emettendo pianti e lamenti profondi per la scomparsa del marito di cui decantava le virtù. In realtà era un uomo mascherato che interpretava la parte della vedova sconsolata.

La Corajsima

Ricordo di quando la Corajisima passava in via Umberto I portando in braccio un gatto che doveva rappresentare il povero orfanello e, sotto la finestra di casa mia, si rivolgeva a mio padre, docente, lamentandosi che tra le tante disgrazie che aveva patito c’era anche quella che il figlio non voleva studiare perché «Professò, un tena a capa a ra scola». Racconti rappresentativi di un “mondo antico”, oggi scomparso, quando tutti vivevano nel Centro Storico, non c’era la televisione e il rione svolgeva un ruolo aggregante, la vita sociale era rallegrata da una sana ironia e le osterie svolgevano il ruolo di un circolino di quartiere dove gli uomini si rilassavano dopo una giornata di intenso lavoro.

Insomma, tutte cose di altri tempi!

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