“Io posso”, il nuovo libro di Pif e Marco Lillo presentato a Schiavonea | VIDEO

Stato e anti-Stato, talvolta il limite è sottile. L’interessante spunto di riflessione nasce dal nuovo libro “Io Posso. Due donne sole contro la mafia” (Feltrinelli, 2021) di Pif e Marco Lillo, i quali raccontano una storia di ingiustizia che si trascina da trent’anni. La vita tormentata di due sorelle palermitane che, negli anni ’80, ricevono la proposta di acquisto delle loro due case di proprietà per la realizzazione di un complesso residenziale prestigioso. Di fronte al diniego della vendita, l’arrogante costruttore Pietro Lo Ṣicco inaugura una sequela di minacce, velate e meno velate, per costringere alla resa. I problemi cominciano quando con documentazione falsa il costruttore riceve dagli uffici preposti la concessione edilizia e il mutuo dalla banca per avviare i lavori. La presentazione, inserita nella rassegna “Notturno Libri” della libreria Mondadori di Corigliano, si è tenuta a Schiavonea al Movida Story, sul lungomare, alla presenza dell’autore Marco Lillo e dello storico Franco Filareto, con il coordinamento della redattrice Erminia Madeo.

Maria Rosa e Savina Pilliu hanno sin dal primo momento denunciato le irregolarità e tutto quello che hanno subito, trovando dall’altra parte molto spesso indifferenza e superficialità. Il loro nemico costruttore ben presto si rivela un mafioso, il cui arresto avviene anche in seguito ai loro esposti. E quando finalmente la legge dimostra di essere dalla loro parte, i cavilli burocratici non permetteranno l’ottenimento di un lieto fine.

I due autori hanno inteso riaccendere i riflettori a distanza di anni sulla vicenda dopo la ricezione della cartella esattoriale da parte dell’Agenzia delle Entrate, che chiede il pagamento del 3% dell’ammontare del risarcimento di 700mila circa che spetterebbe loro. Peccato che questi soldi le Pilliu non li abbiano mai ricevuti. Gli autori, con la vendita del libro, doneranno i loro diritti d’autore per saldare tale debito e si batteranno per il riconoscimento dello status di vittime di mafia alle due sorelle. L’ambizione è quella di raccogliere una cifra tale da poter ristrutturare le palazzine semidistrutte per affidarle ad associazioni antimafia. «Vogliamo cambiare il finale di questa storia, ha affermato Marco Lillo, il nostro auspicio è che le due sorelle possano vincere la loro battaglia di civiltà. La morale della storia è che chi resiste alla prepotenza mafiosa, anche se dopo 30 anni per colpa di uno Stato distratto, può ottenere giustizia».

Le sorelle Pilliu ebbero modo di incontrare per ben quattro volte, nei giorni antecedenti alla sua uccisione, il giudice Paolo Borsellino, che non si rifiutò di ascoltarle neanche in un momento critico come quello, dopo la morte di Giovanni Falcone.

«C’è una parte di Stato in questa storia che ha svolto un ruolo positivo, ci sono stati magistrati che hanno accolto le denunce delle due sorelle contro questo costruttore legato alla mafia, e successivamente condannato». Uno degli aspetti in cui lo Stato è invece venuto meno è il non avere riconosciuto, continua Lillo, ciò che hanno subito le protagoniste «come un danno di mafia, non consentendo loro di accedere al fondo “vittime di mafia”». E il paradosso  è la richiesta del pagamento su un risarcimento che non hanno mai incassato poiché i beni della società del costruttore sono stati confiscati e l’amministratore giudiziario che ha avuto l’incarico di procedere al caso non si è mai espresso. Al danno quindi la beffa.

«Sono tantissime le storie nel nostro Paese analoghe, ma ciò che ha reso speciale le sorelle Pilliu è stata la loro tenacia, la resistenza di fronte al sopruso nonostante la paura, nonostante la sofferenza e l’ingente perdita di danaro per spese legali. Sono la rappresentazione della negazione di un diritto che lo Stato non ha saputo tutelare».

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