Il sequestro di Lorenzo Martucci, racconto di Martino A. Rizzo

Venerdì 12 dicembre 1879 a Rossano, da parte di alcuni malviventi, fu sequestrato il nobile Lorenzo dei marchesi Martucci di Scarfizzi. Il brigante Palma era morto da dieci anni e si poteva tranquillamente affermare che, nel Circondario, il brigantaggio era stato ormai debellato. Ecco perché questo sequestro suscitò molti interrogativi. Chi aveva osato fare un tale oltraggio a una delle famiglie più potenti di Rossano?

Lorenzo (1822-1885) era figlio del marchese Fabio (1785-1859) e di Nicoletta Abenante e in città era un personaggio molto in vista. Quel giorno però rimase incastrato nella rete che gli avevano teso i malviventi.

La sera, come si diffuse la notizia del sequestro, i carabinieri di Rossano, guidati dal tenente Redaelli insieme a un gruppo di gentiluomini, si misero subito sulle tracce dei sequestratori battendo la campagna e i casolari che meglio si prestavano a nascondere il rapito. Tra i gentiluomini attivi nella ricerca, spiccava il nobile Giulio Acquaviva (Napoli, 4.5.1849 – Napoli, 30.6.1887), conte di Conversano, un liberale-conservatore di orientamento politico opposto al governo di sinistra in carica, sposato con Rosa Labonia di Rossano, figlia del barone Antonio e di donna Camilla Pignatelli dei principi di Strongoli.

La veloce caccia ai banditi diede subito alcuni risultati e in meno di ventiquattr’ore saltarono fuori i nomi degli autori del rapimento: Antonio Federico, Nicola Mele e Filippo Ciotolo. Si trattava di tre poveracci di Rossano che fino ad allora avevano vissuto onestamente, poi a un certo punto avevano deciso di vestire gli abiti dei sequestratori infilandosi in un ginepraio molto più grande di loro.

Il conte di Conversano, che conosceva i tre in quanto in passato aveva fatto loro dei favori, convocò Pietrantonio Ciotolo, fratello di Filippo, per affidargli l’incarico di trovare il fratello e i suoi complici e convincerli a costituirsi, rilasciando il sequestrato.

Purtroppo però l’Acquaviva e il sotto-prefetto di Rossano, Domenico Fabretti, si muovevano su strade diverse. Il conte voleva usare una tattica persuasiva e far rilasciare il Martucci, diciamo così, “con le buone”. Il Fabretti, ovviamente filo-governativo e allineato col prefetto di Cosenza Domenico Bardari, era invece per l’uso della forza. C’è da aggiungere che è molto probabile che il sotto-prefetto mal tollerasse l’intromissione dell’Acquaviva, un semplice privato cittadino anche se nobile e autorevole, con un ruolo di primo piano in un’operazione di polizia.

Così Fabretti fece arrestare, per sospetti di complicità, quasi tutti i familiari dei sequestratori. In questo clima di persecuzione dei congiunti a Pietrantonio Ciotolo, per muoversi liberamente e portare a termine la missione che gli aveva affidato Acquaviva, serviva un salvacondotto che però poteva rilasciare solo Fabretti. Pertanto, per mezzo del Procuratore del Re, cav. Buraglia, Acquaviva fece arrivare al sotto-prefetto una richiesta in tal senso.

Da Cosenza era giunto a Rossano per dirigere le operazioni di ricerca effettuate dai carabinieri il maggiore Guelfi, mentre la polizia era coordinata dal delegato Carlo Tortorella che rispondeva al sotto-prefetto.

Il salvacondotto per Ciotolo però, non arrivava, nonostante fossero stati interessati anche i palazzi romani. Finalmente il maggiore Guelfi, alla presenza dell’Acquaviva, fece presente al sotto-prefetto che se ci fossero state conseguenze spiacevoli per Lorenzo Martucci sarebbero state ritenute addebitabili al suo comportamento. Così Fabretti cedette e il Ciotolo, munito del prezioso documento, iniziò a girare in lungo e in largo alla ricerca del fratello e dei suoi complici.

Nel frattempo Acquaviva, per essere più libero nei movimenti, si trasferì nel casino di Iti, all’epoca di proprietà della famiglia Labonia.

Si era così giunti al 21 dicembre e ancora non si vedevano spiragli di sorta. Nel frattempo la famiglia Martucci aveva consegnato un anticipo del riscatto di 25.000 lire. Acquaviva, grazie a questo particolare, scortato dai suoi uomini, si mise sulle tracce dei malviventi partendo proprio da dove era stato fatto il primo pagamento. In tal modo riuscì a risalire alla prigione del Martucci, luogo che comunicò al maggiore Guelfi col quale era in sintonia. Poi chiamò Pietrantonio Ciotolo ordinandogli di andare nel covo dei banditi per dire loro che erano stati scoperti e che dovevano arrendersi, altrimenti sarebbero stati assaliti in forze.

Il 22, mentre Pietrantonio si recava dai sequestratori, a casa Martucci era arrivata la richiesta del pagamento di un riscatto di un milione e trecentomila lire, circa quattro milioni di euro attuali.

Comunque, messi al corrente da Pietrantonio che erano stati scoperti, i sequestratori scesero a più miti consigli, cambiarono atteggiamento e chiesero di poter parlare col conte.

Fissato un appuntamento e le condizioni dell’incontro, a notte fonda, in un bosco, ci fu l’abboccamento tra Acquaviva e i malviventi. Nell’incontro il conte fece presente in modo perentorio che non avevano chances e che per loro esisteva solo la possibilità di rilasciare Martucci e costituirsi. Di fronte a tanta fredda risolutezza i banditi addivennero a quanto intimato. Chiesero solo, come contropartita, un salvacondotto di due giorni per poter avere il tempo di riabbracciare i propri familiari. Acquaviva acconsentì promettendo che si sarebbe impegnato per farglielo avere.

Lasciati i malviventi sotto la custodia dei suoi uomini, il conte – informato il maggiore dei carabinieri della trattativa – corse a Rossano per parlare col procuratore del re e chiedere al sotto-prefetto il salvacondotto promesso. Ma il Fabretti non si trovava e così Acquaviva – dopo aver incaricato i carabinieri di rappresentare al Bardari l’esigenza di avere quel documento – tornò dai tre banditi che lo accompagnarono dal Martucci che venne così liberato.  Pertanto Lorenzo Martucci e Giulio Acquaviva fecero ritorno a Rossano accolti con esultanza dai familiari e dalla cittadinanza, con il conte che si godeva un momento di gloria per il successo ottenuto.

Comunque il salvacondotto – in un giro burocratico di scarico di responsabilità – non arrivò non consentendo ad Acquaviva di tenere fede alla parola data ai banditi; che nel frattempo gli uomini del conte avevano consegnato ai carabinieri, prima che con un colpo di mano li prendesse in custodia la polizia.

Questa vicenda, pur con il felice esito, lasciò un seguito di polemiche che ebbero ripercussioni anche sui giornali nazionali. Ne parlò persino il Corriere della Sera. Il punto del contendere era se il marchese Martucci fosse stato liberato dal conte o dalla polizia e se i banditi fossero stati catturati dal conte o dalla polizia.

Comunque i fatti andarono come raccontati e l’Acquaviva visse il suo periodo di celebrità. Nel 1880 si candidò alla Camera dei Deputati per il collegio di Rossano e, grazie alla reputazione che si era costruito con i fatti del Martucci, alla parentela con i Labonia e agli appoggi del patriziato locale e di Luca de Rosis, venne eletto. Anche alle successive elezioni del 1882 e del 1886 fu riconfermato, ma non riuscì a terminare la XVI legislatura in quanto morì nel 1887.

P.S.: È possibile leggere il racconto dei fatti relativi al rapimento di Lorenzo Martucci, portata avanti da Giulio Acquaviva, scaricando la sua pubblicazione sull’argomento, dal sito:

http://anticabibliotecacoriglianorossano.it/wp-content/uploads/2021/04/Acquaviva-Giulio.-Per-un-fatto-personale.-Tipografia-Barbera-Roma-1880.pdf

http://anticabibliotecacoriglianorossano.it/wp-content/uploads/2021/04/Acquaviva-Giulio.-Per-un-fatto-personale.-Tipografia-Barbera-Roma-1880.pdf

http://anticabibliotecacoriglianorossano.it/wp-content/uploads/2021/04/Acquaviva-Giulio.-Per-un-fatto-personale.-Tipografia-Barbera-Roma-1880.pdf

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito

anticabibliotecacoriglianorossano.it. Nel 2019 ha curato la pubblicazione

dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi.

http://anticabibliotecacoriglianorossano.it/wp-content/uploads/2021/04/Acquaviva-Giulio.-Per-un-fatto-personale.-Tipografia-Barbera-Roma-1880.pdf

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4 risposte

  1. Agostino diaco ha detto:

    Un bellissimo racconto molto intrigante e molto curioso

  2. Vista la competenza del prof Martino Rizzo avremmo bisogno di contattarlo per una eventuale collaborazione per un testo celebrativo delle traduzioni dialettali della Divina Commedia.Grazie tante per L’attenzione Maria Teresa Cannizzaro, presidente di “Passato e Futuro” collaboratrice dell’Italian American Museum di New York

  3. Bianca Pellegrini ha detto:

    Salve! E’ mai stata pubblicata su cartaceo una raccolta questi racconti? Grazie!

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