Il secondo viaggio del Codex, racconto di Martino A. Rizzo

Corigliano Rossano – Se sul primo viaggio del Codex Purpureus Rossanensis, dall’Asia Minore/Medio Oriente a Rossano, possiamo fare solo ipotesi sul secondo invece abbiamo notizie certe.
Infatti, una volta che il Codex, sul finire dell’800, fu fatto conoscere al mondo scientifico e culturale e divenne famoso, da Grottaferrata giunse la richiesta di poterlo esibire all’Esposizione di Arte Italo-Bizantina che si sarebbe tenuta nel 1905 nell’antica Abbazia. Così ci furono lunghe trattative tra l’Archidiocesi di Rossano e i vertici di Grottaferrata fino a quando il 12 aprile del 1905 venne firmato l’atto di prestito tra l’arcivescovo di Rossano, Orazio Mazzella, e l’egumeno di Grottaferrata, Arsenio II Pellegrini, che si assumeva la responsabilità del trasporto, di alcune operazioni di restauro e quindi della restituzione del prezioso libro. Il Fondo del Culto del Ministero di Grazia e Giustizia, a sua volta, si rese garante della movimentazione eccezionale del Codex.

L’egumeno Pellegrini il 12 aprile così scrisse sulla scheda di prestito: “Codex purpureo del Secolo XI contenente gli Evangeli di S. Matteo e S. Marco di pergamena purpurea, con pitture miniate, caratteri unciali in argento a due colonne in ogni pagina. Composto di pagine trecentosettantasei, ben conservate fino alla pagina 360, meno alcune pagine con qualche lacerazione di fianco, ma rabberciata alla maggiore. È legato in cuoio nero con borchie di ferro”.
Il Rossanensis rappresentava il pezzo più prestigioso tra quelli che sarebbero stati esposti alla mostra e consentiva, ai tanti esperti interessati, di poterlo ammirare nelle vicinanze di Roma senza sobbarcarsi un lungo viaggio fino in Calabria.

Dell’occasione approfittò subito il giovanissimo ricercatore Antonio Muñoz (14.3.1884-22.2.1960) il quale, in qualità di collaboratore scientifico dell’Esposizione e curatore del catalogo, ebbe l’opportunità di studiare a fondo il Codex, facendo anche realizzare delle cromofototipie, in pratica delle ottime
riproduzioni delle tavole miniate del Codex, agli operatori dello stabilimento Danesi di Roma.
Nel 1906 Muñoz si laureò discutendo una tesi proprio sul Codex e nel 1907 pubblicò, edito da Danesi, la sua opera giovanile più importante, Il Codex purpureo di Rossano e il frammento sinopense, con le riproduzioni delle miniature.
Questo lavoro deve considerarsi il risultato scientifico più significativo prodotto dalla mostra di Grottaferrata. Purtroppo però provocò problemi diplomatici tra il ventenne scalpitante Muñoz e Joseph Wilpert. E non solo: volarono stracci anche tra i monaci di Grottaferrata e la Diocesi rossanese.
Wilpert, cinquantenne, archeologo e iconografo tedesco che si era stabilito a Roma per motivi di studio, aveva esaminato a fondo il Codex e aveva anche fatto realizzare delle copie acquerellate delle miniature da parte del pittore Carlo Tabanelli con l’intento di pubblicare un saggio sull’argomento, così come aveva già fatto con gli affreschi delle catacombe romane.
Muñoz, con il suo lavoro molto accurato pubblicato nel 1907, lo batté sui tempi bruciandogli il progetto. Inoltre, non contento, mise anche sotto accusa il metodo della fotografia acquerellata, che tanto invece inorgogliva Wilpert. La vicenda scatenò una certa eco nella comunità scientifica, soprattutto di lingua tedesca, e Muñoz venne ufficialmente rimproverato, per il tiro mancino fatto al connazionale,
da Josef Strzygowski, storico dell’arte tedesco, in una sua recensione del 1907 per il
suo lavoro relativo al Codex Purpureus.
La Diocesi rossanese, da parte sua, minacciò di citare in giudizio l’egumeno Pellegrini, per aver consentito a Muñoz di pubblicare le riproduzioni fotografiche del manoscritto a sua insaputa e senza che la stessa avesse concesso la necessaria autorizzazione.
La querelle alla fine si appianò solo grazie all’invio a Rossano di quattro copie del volume di Muñoz. La Diocesi comunque pretese l’immediata restituzione del Codex, rinunciando anche alle operazioni di restauro che erano state concordate al momento del prestito. Al che l’egumeno, nel febbraio del 1907, rispose alla Diocesi in modo alquanto stizzito: “Se costì si conoscesse ciò che occorre per il restauro di certi cimeli, e per la lunghezza delle pratiche col Ministero della P.I., non avrebbe luogo la meraviglia, cui fa cenno la S.V. Del resto era un servizio che si voleva rendere al Codex, all’arte ed alla città di Rossano, nonché a cotesto Capitolo, che resterà responsabile innanzi la storia e gli studiosi del deplorevole stato in cui il Codex si trova”.

Martino A. Rizzo

 

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito

anticabibliotecacoriglianorossano.it. Nel 2019 ha curato la pubblicazione

dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi.

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