Il cinema a Rossano con u giuvanə, a ragazzə e u mortə suo, racconto di Martino A. Rizzo

Ci fu un tempo a Rossano, quando i mass media erano rari e la motorizzazione di massa di là a venire, in cui gli uomini terminavano la giornata in osteria oppure al cinema. In questa eventualità, il genere dei film preferito era quello di azione, specialmente il western. Rossano offriva anche la possibilità di scegliere tra più spettacoli in quanto vi erano due sale cinematografiche: il Cinema Traforo, gestito da don Luigi Vittipaldi, e il Cinema Italia, gestito da don Ciccio Mercogliano, cinema meglio conosciuto come il “Ferrino” in quanto il primo proprietario lo aveva dedicato a Contardo Ferrini, insigne giurista e filantropo, allievo di don Bosco,

Nel Centro Storico esistevano due spazi dedicati all’affissione dei grandi cartelloni che annunciavano, specificandone titolo e interpreti, gli spettacoli cinematografici in programma nella serata. Uno, per il Cinema Ferrino, si trovava in Piazza Steri, vicino al tabacchino di Librandi e al negozio del fotografo Anania, un altro per il Cinema Traforo era in Piazza Santi Anargiri, davanti al palazzo oggi comunale, all’estremità, dove si apre la strada per via Vallone del Grano. Quest’ultimo cartellone spesso era oggetto di commenti mentre si gustava il gelato seduti ai tavolini del Bar Tagliaferri. In un’epoca in cui i giornali erano poco diffusi e la televisione limitata a due canali, erano i messaggi dei manifesti che avevano la capacità di attrarre la potenziale clientela.

La mattina provvedeva ad affiggerli Ninì a Zubba, un personaggio. Alto, magro e dinoccolato, era tutto snodato e ciondolante, con i movimenti scomposti e con il braccio sinistro limitato nei movimenti. La sera poi si godeva i film di cui aveva affisso i manifesti. Lui era affascinato soprattutto dai western di cui mimava, per le strade, i duelli durante i quali, per non essere colpito dall’avversario immaginario, si buttava a terra pronunciando un “tigium, tigium” che simulava il rumore dei colpi che partivano dalla sua mano destra con il pollice e l’indice alzati a mo’ di revolver.

Ovviamente nei western c’era un attore che svolgeva il ruolo di protagonista, l’attrice che ricopriva la funzione di compagna fedele o di donna fatale e un altro che faceva il cattivo di turno. I rossanesi battezzavano queste figure, a prescindere dai nomi degli attori e dal nome che avevano nel film, con delle “denominazioni tipo”, come se fossero stati personaggi della commedia dell’arte con le medesime caratteristiche che si ripetevano nelle diverse rappresentazioni. Il protagonista era definito da tutti “u giuvanə”, oppure “u giuvanottə”, mentre, se il ruolo prevedeva intraprendenza e sfacciataggine, “u mortə suo”. La protagonista diventava per tutti “a ragazzə”, oppure, se il personaggio aveva insiti anche atteggiamenti da maliarda, “a mortə sua” e il cattivo veniva battezzato come “u malamentə” oppure “u trariturə”, il traditore.

Durante la visione del film da parte del pubblico non mancavano nella sala le battute e i commenti a voce alta e al termine, per strada, ogni spettatore sposava un po’ il ruolo del protagonista della rappresentazione alla quale aveva assistito, insomma si immedesimava nel “giuvanottə” e ciò in alcuni casi poteva diventare rischioso in quanto comunque erano film nei quali la violenza non veniva risparmiata e il rischio di emulazione diventava pericoloso. Tra i western italiani più violenti, si ricorda “Django” di Sergio Corbucci, del 1966, con Franco Nero, dove gli uomini venivano uccisi come mosche e dove veniva anche tagliato un orecchio che poi il malcapitato doveva ingoiare. In questo film, Django era il “giuvanottə”, la protagonista femminile, Maria, “a ragazzə” e il maggiore Jackson “u malamentə”.

I personaggi, come ribattezzati dai rossanesi, calzavano anche a pennello, per esempio, con quelli del film «Il buono, il brutto e il cattivo» di Sergio Leone, uscito sempre nel 1966, per il quale il ruolo di Clint Eastwood si confaceva perfettamente alla figura del “giuvanottə”, quello di Lee Van Cleef al “mortə suo” e infine Eli Wallach era la rappresentazione vivente del “malamentə”. Insomma un quadro perfetto che stimolava il pubblico a immedesimarsi nella lotta tra il buono e il cattivo che permeava le pellicola. La famosa frase del film: «Ehi, Biondo, lo sai di chi sei figlio tu?? Sei figlio di una grandissima puttaaaaaa» tenne banco a Rossano per molto tempo… veniva ripetuta in ogni situazione.

In questo clima non c’era da meravigliarsi se una sera chi scrive, ragazzo, andò a vedere con zie e amiche di famiglia al Cinema Traforo il film “Indovina chi viene a cena”, pellicola del 1967 diretta da Stanley Kramer e interpretata da Spencer Tracy, Sidney Poitier e Katharine Hepburn, film vincitore tra l’altro di due Oscar e di tanti altri premi. Com’è noto il film si chiude, nelle scene finali, con il grande discorso di Spencer Tracy che supera tutti i pregiudizi negativi relativi al matrimonio della figlia col professore universitario nero, Sidney Poitier. Pertanto al termine del film, con negli occhi e nella testa il bel finale e le parole di Spencer Tracy, dalla galleria ci avviammo verso l’uscita. Nell’atrio c’era don Luigi Vittipaldi e le signore che mi avevano condotto con loro al cinema avvertirono l’esigenza di avvicinarlo e complimentarsi con lui per la bella pellicola che quella sera era stata proiettata nel suo locale. Don Luigi, nel mentre ringraziava, aprì la porta dalla quale si accedeva alla platea mostrando che era quasi vuota ed evidenziando così, con gesti e poche parole, che a quell’epoca i film di qualità portavano a Rossano pochi introiti mentre invece erano quelli con “u giuvanə, a ragazzə e u mortə suo” che facevano cassetta.

Martino A. Rizzo

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito

anticabibliotecacoriglianorossano.it. Nel 2019 ha curato la pubblicazione

dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi.

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