Giuseppe Granata, uno dei professori antifascisti del Liceo classico di Rossano, racconto di Martino A. Rizzo

Corigliano Rossano – Durante il ventennio, professori antifascisti, avvertendo che l’aria diventava asfissiante nelle realtà dove vivevano, cercarono tranquillità in città di provincia nelle quali potersi isolare rispetto al contesto in cui avevano vissuto fino ad allora, dedicandosi alla sola attività dell’insegnamento senza dover subire la pressante vigilanza della polizia fascista; località dove diventavano “forestieri”, senza conoscenze e relazioni, e nelle quali potevano condurre una vita ritirata più o meno “normale”. Pertanto a Rossano, nel ventennio, arrivarono al Liceo Classico tre importanti studiosi, il prof. Giacomo Albo, socialista, professore di scienze, il prof. Giuseppe Granata, comunista, insegnante di filosofia e il prof. Giovanni Verso, insegnante di matematica. Mario Rizzo, a quell’epoca allievo del Liceo, nel suo testo del 1987 “Rossano ieri e oggi”, racconta: “Chi, infatti, potrà dimenticare il famoso professore di Scienze, Giacomo Albo, già Libero Docente, chiamato anche alla Presidenza dell’Istituto, ed il Prof. Granata, insigne Maestro di Filosofia…”

Sul professore Granata si sofferma maggiormente Marco De Simone. Alla domanda di un intervistatore che gli chiedeva se la sua evoluzione politica fosse stata influenzata da qualche insegnante rispose: “Al liceo ho avuto come insegnante di storia e filosofia il prof. Giuseppe Granata, siciliano di Girgenti, l’attuale Agrigento, che si diceva fra gli studenti fosse antifascista e comunista, su cui egli però manteneva uno stretto riserbo. Era stimato e rispettato da tutti, dentro e fuori la scuola, per la sua dirittura morale, per la sua profonda preparazione culturale, per i suoi rapporti con gli allievi. Egli influì certamente sulla mia formazione in quanto, sebbene 1’abbia avuto come insegnante solo in prima Liceo (l’anno successivo non frequentai per prepararmi agli esami di maturità saltando una classe, cosa che feci con successo), negli anni successivi ho avuto frequenti rapporti con lui sul piano politico”.

Sul riserbo a cui accenna De Simone, Granata – commentando i suoi anni rossanesi – si autoaccusa di nicodemismo, ossia di aver avuto un comportamento che pur aderendo a un orientamento ideologico e politico, non ne faceva pubblica professione tendendo a nascondere le proprie idee e a conformarsi apparentemente alle opinioni dominanti.

Lui, nato nel 1900, già segretario provinciale della sezione giovanile comunista di Palermo, arrivava a Rossano nel 1926 avendo sulle spalle alcuni precedenti giudiziari. Nel 1923 aveva scontato due mesi di carcere a Girgenti e un processo conclusosi il 26 gennaio 1924, a lui favorevole ma solo per insufficienza di prove per alcuni capi d’imputazione e intervenuta amnistia per altri. Anche se assolto, dovette però subire la rimozione dal grado di sottotenente, una sanzione pesante perché disonorevole e con riflessi sulla vita civile. Dopo questa esperienza andò a insegnare ad Alcamo e successivamente si trasferì a Napoli con la moglie Irea Scaffidi, figlia di Rosario, noto propagandista comunista e sorella del non meno noto Iffrido. A Napoli Granata iniziò a fare attività politica nell’organizzazione comunista e perciò venne nuovamente arrestato insieme al cognato. Il 12 febbraio 1926 ottenne la libertà provvisoria e, poiché incominciò a mantenere un comportamento irreprensibile, fu assunto come insegnante di storia e filosofia al Liceo comunale di Rossano. Fortunatamente al processo di Napoli il 27 gennaio 1927 venne assolto, ma questa sentenza produsse il lui la convinzione di dover abbandonare la lotta politica attiva e iniziare a condurre una esistenza inappuntabile che non desse adito a interventi da parte della polizia fascista, in modo da riuscire anche a ottenere la cancellazione dal Casellario politico centrale. Per dare prova effettiva di voler cambiare vita fece persino domanda di iscrizione al sindacato e al partito fascista, come era normale per i professori dell’epoca. Così il prefetto di Cosenza comunicò al Ministero che “il Granata da che è giunto in Rossano ha dimostrato un effettivo ravvedimento e ha partecipato alle cerimonie patriottiche svolte in quella città. Risulta anche che egli ha chiesto l’iscrizione al sindacato fascista. Viene tuttora vigilato attivamente”. Insomma mise in pratica quello che lui stesso in un suo articolo del 1955 definì “Nicodemismo antifascista”.

Ma era solo facciata. Racconta Granata che durante le lezioni non poteva sottrarsi dal presentare gli avvenimenti storici e gli autori filosofici secondo la sua interpretazione, e “di non presentare come vero ciò che per noi era falso e di non presentare come bene ciò che per noi era male”. “Ma era tutto l’indirizzo del nostro insegnamento di storia e filosofia lontano e contrario alla ispirazione fascista”. Ciò creava interesse tra gli studenti, e – è sempre Granata che parla – “i miei alunni non solo non ci accusavano e non ci denunciavano ai presidi e alle gerarchie fasciste, ma finivano, i migliori, col chiederci di esporre loro più estesamente e più apertamente quelle idee e quei principi che le nostre lezioni lasciavano solo intravedere. E “in quella mia casa al Ciglio della Torre a Rossano” venivano Peppino Berlingieri e Marco De Simone. E “per interi pomeriggi si parlava, si discuteva di marxismo e di liberalismo, delle realizzazioni nell’Unione Sovietica, della situazione interna e internazionale e delle prospettive dell’avvenire. Vi davo dei libri (le edizioni Gobetti e Doxa), vi facevo leggere vecchi numeri di ‘Ordine Nuovo’ settimanale, della ‘Rivoluzione Liberale’, e di ‘Coscientia’. Era veramente tutto un mondo diverso che si apriva davanti alle vostre menti e che vi spingeva a prendere il posto non più abbandonato nella vita politica”.

Poi il 4 novembre 1937 accadde l’episodio del ritrovamento di una bandiera rossa esposta al monumento ai caduti di Rossano, di cui ingiustamente venne accusato Marco De Simone. E, dopo un’ispezione ministeriale nella scuola, Granata fu ritenuto il cattivo maestro dei giovani presunti colpevoli e quindi trasferito a Matera. Successivamente andò a insegnare a Perugia, ma colpito dall’esperienza rossanese, abbandonò il nicodemismo. Nel 1943 venne perciò di nuovo arrestato, una prima volta il 23 maggio per “attività antinazionale”, rimesso in libertà fu nuovamente arrestato il 4 novembre e trasferito per quasi un anno in Germania a lavorare in una industria di guerra della Baviera. Tornato in Italia nell’agosto del 1944 riprese a insegnare prima a Venezia, poi di nuovo a Perugia e dal 1949 al Liceo Dante Alighieri di Roma, città dove si spense il 16 aprile 1964, “con la coscienza di aver adempiuto il compito affidatomi dalla scuola. Non dalla scuola borghese di ieri e di oggi, ma dalla Scuola, dall’Umanità …”.

Martino A. Rizzo

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito

anticabibliotecacoriglianorossano.it. Nel 2019 ha curato la pubblicazione

dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi.

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