Editoriale. Morti Covid, la responsabilità è collettiva …

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Come polli in batteria.

Pier  Paolo Pasolini  scrisse:“ Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica son due cose inconciliabili in Italia”.  Il brano, estrapolato dall’articolo “Che cos’è questo golpe?”  pubblicato sul Corriere della sera il 14 novembre 1974, esprime una verità storica e  la testimonianza di un uomo libero che pone  il coraggio intellettuale a prerogativa della  verità, e la pratica politica, cioè la gestione del potere, come due aspetti inconciliabili.  Egli  chiarisce in quello stesso articolo  che senza  la  libertà dell’uomo, ovvero di quel coraggio necessario  per indagare la verità,  non si potrebbe, difatti, ricercarla, e tanto diviene più difficile quando è il potere , cioè la pratica politica, a occultarla poiché  è essa stessa la manifestazione del nascondimento. Nondimeno egli da Poeta conosce le figure retoriche, quali l’antitesi e l’ossimoro e ne traduce in atti, in scritti, e nella lotta dialettica e politica quell’ inconciliabilità che lo porterà ad essere l’uomo “politico” ed intellettualmente più attrezzato del secolo scorso. Pasolini, di fatto, e ad oggi, rappresenta l`unica  pratica politica possibile in Italia, la sola e possibile lettura antropologica e critica, per riannodare il fili spezzati dell`ordito  sociale e la trama umana su cui tessere  un’Italia che è da tempo ripiegata su se stessa. È nei suoi pensieri ed opere  che scopriamo  il   politico di razza in Pasolini, per ingenuità o per conformismo noi  lo classifichiamo  intellettuale  impegnato, ma la sostanza non cambia. Vi è di certo che egli muove da posizioni dialettiche che non sottendono a partiti,  maggioranze o ad opposizioni. Parla a nome di tutti e lo può fare per virtù dialettiche e poetiche. Difatti, oggi sappiamo che la sua è stata una verità politica di straordinaria portata, non solo in anticipo sui tempi ma che rappresenta  l’ opera  di  un genio che ha offerto  la sua visione  del mondo fino al sacrificio estremo della vita. Un  veggente  che aveva pre-visto lucidamente  50 anni fa senza margine di errore  i rivolgimenti sociali dei nostri  tempi. Un intellettuale profetico,  un poeta, un artista, un uomo granitico che in perfetta solitudine  ancora oggi sgomenta  e sbriciola ogni tentativo che possa presentarsi come  sinistra politica moderata o radicale, intellettuale ,borghese o sindacale. Un uomo che si è posto e si pone con le sue opere e le sue analisi  a  baluardo inespugnabile di verità, offrendo  salvezza agli ultimi residui di umanità, ergendo ad opera d’arte gli ultimi, i socialmente  “inutili” ragazzi di borgata, il Cristo plebeo del suo Vangelo. Un uomo sul quale il Pci , il PDS , i DS, i Dem e tutto quell’arcipelago sinistro, e la stessa magistratura , la chiesa di  Paolo VI, ed ovviamente il potere nelle sue varie forme e manifestazioni si  sono frantumati, come moscerini su di un parabrezza, sulla sua produzione letteraria, e dunque politica, inconsumabile. Ma su cosa il Poeta ci aveva avvertiti? Pasolini aveva  difeso strenuamente  un’umanità in via d’estinzione, quella che produceva fatti reali, la vita vera. Ci aveva  messo in guardia  dal progetto utilitaristico e consumistico del  capitalismo delle lobby, dal rischio palpabile dello scambio del nostro vivere vero con uno falso e becero e di un’inattuabile felicità, che i caroselli televisivi rimandavano con la signorina buonasera   ai prodotti di  quelle fabbriche degli industrialotti  del nord Italia,  cioè in quel che resiste ancora  da mezzo secolo e passa come la locomotiva d’ Italia. Area produttiva oggi messa in ginocchio da un microbo e posta dinanzi ad una singolarità, a  qualcosa di inaspettato e non prevedibile. Solo il tempo ci dirà chi ha avuto la meglio, se la natura o la disumana civiltà. Perché, difatti,  questo tempo di costrizione, oggi svela le molte ipocrisie dello Stato, della politica  e della nostra Italietta borghese. Ci scopriamo come un “non  popolo” molto   vulnerabile e meno onnipotente, essenzialmente falso e contiguo al crimine. Dove speculiamo su dispositivi medici, sui prodotti di prima necessità. Questo avviene  in un’ Italia che conta centinaia di morti al giorno, e che a parte qualche medico o infermiere e rari casi umani, non si sente, o si avverte alcuna indignazione per l`evidente inadeguatezza  del sistema sanitario. Nessuna indignazione per i medici morti perché mandati  a mani nude a difendere un popolo che non meriterebbe nessuna salvezza. Scopriamo ad esempio l’inconsistenza della Comunità europea e dello Stato italiano.  Peraltro aspetti già anticipati in sede di Costituente dal nostro Mortati e sottoposti ad analisi di fondo  per superare i limiti  di una nazione che presentava e presenta differenze e disparità, mai volutamente affrontate, tra nord e sud. Dunque non vi sono da ricercare responsabilità singole da appioppare ad intellettuali, politici, partiti, sindacati ma ad un’intera collettività che ha svenduto la propria esistenza  per la rassicurante occupazione  di voler vivere per sempre nel ventre materno. Al sicuro. In Italia , soprattutto al nord, le donne  rappresentano l`emblema di un tale fittizio benessere propagandato dal capitalismo, donne che  si sono preoccupate, molto, per realizzarsi in libertà un`esistenza autonoma, senza considerare il grave costo umano e spirituale che ne è derivato nel concedere con sacrificio sull’altare del capitalismo  femminilità e  maternità ,dunque, ponendosi sullo stesso piano competitivo maschile ma che, difatti, tale scelta  da sempre, spinge e favorisce una più efficace produttività di merci. È evidente che per il sistema capitalistico ed utilitaristico fare figli significa rimettere in PIL, in  produzione, con gravi costi per lo Stato e l`impresa. Fare figli, oggi, diviene quindi  un lusso per pochi , per ricchi capitalisti. Questo è aberrante!, non certo  il virus che certamente  falcidierà vite umane ma che nulla può su un’umanità così spietata e cieca. Tanto cieca da accorgersi solo ora che i bambini ed i ragazzi stanno in appartamento chiusi 24 h non stop come polli da batteria.  Non, quindi, prima, quando la politica sin dalla fine degli anni ‘60 iniziò ad  andare a braccetto con gli speculatori edili. E ciechi fino al punto che solo oggi ci accorgiamo che noi genitori abbiamo delegato alla scuola ed al telefonino  ogni obbligo educativo. Così tanto ciechi che  scopriamo solo ora che la scuola, a sua volta, soprattutto al sud, è impreparata ad affrontare pedagogicamente una didattica a distanza dove il cuore dei docenti è raffreddato dai collegamenti video, o ridotti su smartphone, dal non guardare negli occhi gli allievi che da casa muovono altre app e giochi comodamente dal divano o peggio dal giaciglio. Cosi accecati noi tutti , ma proprio tutti, tanto che ci stiamo inaridendo come quelle piante grasse che costretti in spazi angusti e senza luce non muoiono solo per inerzia,  e attendendo una diversa parola che  non sia il vagito “restate a casa!” .

Il cieco sviluppo industriale omologante ed utilitaristico non offre sul piano degli effetti  lo sviluppo concreto della persona, della comunità o del paese. Ci siamo resi conto, forse, si spera, di quanto siamo miseri spiritualmente, e di quanti “giocattoli”, passatempi e vizi,  ci servono per ingannare il giorno e la notte. Tempo che dovremmo, invece, trascorrere qualitativamente con le persone che amiamo, persone  che davvero vorremmo conoscere o che nella vita si presentano a noi, così aprendoci al mondo, al bello, alla cultura. Ci accorgiamo solo ora dei particolari del volto dell’amico o del figlio del vicino che abbiamo incontrato mille volte. Del vecchietto che fatica a salire dei gradini. Lì dove noi li saltavamo senza curarci di chi non riusciva. E solo ora scopriamo il senso dei tanti valori trascurati come quelli della libertà, delle relazioni e degli affetti. Ora che siamo costretti ad occupare la mente con  molta cura ed a spolverare i file dei ricordi. Ho sempre creduto in un principio solido ,  che l’albero lo si riconosce dai suoi frutti, e che un melo darà mele ed un ciliegio le ciliegie, cosi l’albicocco, l’arancio, il susino, il fico ect. Un poeta quindi scriverà poesie , un pittore realizzerà  opere, ed un genitore lo riconosceremo dai suoi figli, un amministratore dalla comunità che amministra, un burocrate dagli atti trasparenti e pubblici ,  un politico dalla capacità di dare soluzioni ai problemi del territorio. Si riconosce il ladro da quel che ruba, ed il corrotto dal suo vendersi , il magistrato da come amministra la giustizia ed il costruttore da come realizza le sue opere edili, soprattutto quelle di urbanizzazione. Il medico da come cura i suoi pazienti. Possiamo riconoscere il giornalista dalla qualità dell`informazione e gli innamorati dai loro occhi.  In qualche modo possiamo vedere chi abbiamo di fronte perché il frutto che offre non può essere di un altro albero. Tuttavia mi chiedo perché abbiamo, dunque, smesso di riconoscere l`uomo? Perché le opere che vediamo fatte da uomini non rispondono a verità? E che dunque scopriamo che morire fa paura, quando invece molti uomini e donne  sono già  morti e non da ora.  Morti poiché trascinano il loro residuale esserci estraneo a loro, vivendo la vita di altri e fingendo sia la loro. Perché, e dovremmo tutti chiedercelo, non sentiamo lo sgomento per le morti di medici, infermieri e sanitari e restiamo impassibili sulle mancanze di uno Stato che non  fornisce i dispositivi sanitari minimi e le cose più banali come mascherine e guanti agli operatori ed ai  medici ? Perché non sentiamo nostra la  comunità in cui viviamo ed invece prevale la paura di perdere qualcosa a cui non abbiamo dato mai il giusto valore: la vita.  Perché è lapalissiano che non è vita condursi durante la giornata, ma di certo lo è sentire che l’altro è come noi, uomo o donna con i suoi limiti,  e che una comunità non può essere depauperata per interessi personali , che la salute è fondamentale come la ricerca scientifica, lo stato sociale e la libertà di esprimersi. Come l`educazione e la formazione dei nostri ragazzi. E non vi possono essere giustificazioni per nessuno. Della nostra vita ne disponiamo noi ed è perfettamente inutile parlare da morti. Per questo scrivo,  per la vita che da sempre ha necessità di essere difesa, garantita  e curata. Da vivi, non certo da morti!

Buona vita a tutti.

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