Editoriale. La Calabria soffoca le intelligenze …

La Calabria soffoca le intelligenze, deprime le professionalità, uccide la crescita. È una mentalità che trae linfa da metodi e condotte ai limiti della mafiosità. Parlo della Calabria perché è la Regione in cui vivo e di cui per molti aspetti ne vado fiero. Ma se vogliamo continuare ad amare questa nostra terra abbiamo il dovere o quasi l’obbligo di guardare in faccia la realtà. Spesso parliamo di povertà, di crisi, di situazioni che vengono messe in risalto perché lo Stato, la Regione, la provincia, i comuni non forniscono risposte esaustive. E lo facciamo perché speriamo che mediante la denuncia pubblica qualcosa si muova. Talvolta accade, ma tante altre volte è come se si sbattesse contro un muro di gomma. Il problema vero è che qui da noi ogni postazione decisionale (e non) è occupata da persone che sono lì perché funzionali al politico di turno. Poco importa se è bravo o meno, in questi casi la meritocrazia non esiste. E d’un tratto si diventa “baroni”, piccoli padroncini bravi a battere il pugno contro gli invisibili, pecoroni invece  con i subalterni. Un metodo di lavoro che sfianca e toglie energie e stimoli a chi vorrebbe fare ma che subisce tali condotte. Mi viene in mente il personale sanitario, quanti medici nutrono aspettative migliorative nel proprio lavoro? Ce ne sono alcuni che hanno lavorato in altre realtà del  centro nord con grande professionalità speranzosi che un giorno avrebbero potuto esercitare analoghe attività nella propria terra, qui da noi. Il dramma è che quando si mette piede in Calabria cambia tutto. Diventa un torpore, ognuno pensa di esercitare un potere e di gestirlo a modo proprio, fuori dalle regole, in modo eccessivamente discrezionale. E tutto questo accade perché ciascuno si sente garantito dal protettore di turno. Che spesso è il politico di successo del momento o collaterali. Questa mentalità, calata anche in altri settori, uccide il fattore della crescita personale, delle soddisfazioni, della voglia di fare per migliorarsi e migliorare il sistema. Insomma si gioca al ribasso, a tal punto da indurre quei tanti professionisti che altrove danno il massimo a ridursi ad automi, a persone che si limitano a dare il minimo, quando invece potrebbero fare di più e meglio. Non a caso abbiamo tanti calabresi al Nord con ruoli di primo piano. È necessario cambiare mentalità. Oggi è difficile poterlo fare nell’immediatezza, troppi i fattori concomitanti: la politica, la scuola, la famiglia, la magistratura, le istituzioni tutte. Se ci teniamo alla nostra regione proviamo ad assumere atteggiamenti analoghi a quando viviamo altrove: rispettosi dei nostri luoghi e della nostra gente. Meno servilismo, più dignità e rispetto. 

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