Editoriale. Branco, pubblicazione dei nomi non tutela la vittima



Corigliano Rossano – Nelle ultime ore la cronaca nazionale, regionale e locale, a giusta ragione ha dato risalto alla notizia del branco “corissanese” che per 10 lunghi anni ha seviziato una donna vittima di abusi sessuali e di estorsioni. Inutile rimarcare la gravità e la brutalità degli atti che, ci si auspica, possano tradursi, se confermati in sede processuale, nel massimo della pena prevista dall’ordinamento. Detto ciò, siamo in uno stato di diritto in cui vige la presunzione d’innocenza e non si può considerare colpevole nessun soggetto fino alla presenza di una sentenza definitiva di condanna. Questa premessa è necessaria non tanto per manifestare forme di buonismo o di garantismo nei confronti di chi si ritiene responsabile di reati di una gravità inaudita, quanto per il fatto che in democrazia  le regole si rispettano a tutela di tutti i cittadini, sia nella veste di carnefice ancor di più nella veste di vittima. La Costituzione mette al centro l’individuo, antepone la centralità della dignità umana, parla di recupero e di riabilitazione, non prevede né la pena di morte né il linciaggio. Piaccia o non piaccia questo è lo Stato italiano.

Tutela della identificazione della vittima – Come testata giornalistica online siamo stati accusati nelle ultime ore di non aver pubblicato i nomi delle 5 persone arrestate dalla Polizia sulla nota vicenda di cronaca. Lo abbiamo fatto perché esistono delle ragioni ben precise che il codice di procedura  penale chiarisce, nel caso di specie, a tutela della vittima, a cui va garantita la massima riservatezza, al fine di evitarne la identificazione (questa fattispecie di reato è decisamente delicata). In 10 anni di storia crudele la vittima sarà stata vista in giro con i carnefici? Si comprende il danno che si può arrecare a una donna che ha subìto per anni atti del genere ? Si ha idea dei traumi subiti e  il rischio di esporla al pubblico ludibrio nel caso di avvenuta identificazione? Ci sarà pure una  qualche ragione se le forze dell’ordine e gli uffici della Procura decidono, a giusta ragione, di diffondere solo le iniziali? O si vuol pensare che gli uffici giudiziari su questo tema facciano favoritismi? Su tale tipo di reati, e su altri, è necessaria la prudenza! Occorre riflettere prima di agire, necessita buon senso! Non possiamo ragionare sulla base di un soddisfacimento di un appetito per curiosità e sulla pelle degli altri! La tutela è estesa anche a coloro il cui collegamento con il fatto o il suo protagonista è casuale. Basti pensare ai parenti, ai vicini di casa, ai colleghi di lavoro: soggetti per i quali la diffusione della propria immagine, in relazione al fatto si rivela dannosa. Oppure donne che casualmente hanno frequentato le persone indagate e magari vengono scambiate per la vittima.

Queste forme di giustizialismo a cui si assiste quando accadono fatti del genere, che umanamente colpiscono tutti, sono il frutto di ragionamenti di pancia che se da un lato rievocano una giusta indignazione, dall’altro aprono il campo a comportamenti  estranei alle regole. E allora dobbiamo decidere se stare nelle regole o al contrario trasgredire. Tuttavia, non vorremmo che ci si aprisse alla solita logica dei due pesi e delle due misure, ossia,  che si sia  giustizialisti quando si tratta della vita degli altri e garantisti quando si è o direttamente protagonisti o soggetti a noi cari coinvolti in vicende giudiziarie. Le regole valgono per tutti e sempre! Infine, un’ultima annotazione,  talvolta si ha tutta  l’impressione che larga parte di lettori sia più attratta da chi ha commesso il fatto, mostrando una curiosità pruriginosa verso i nomi dei colpevoli, piuttosto che  soffermarsi sulla gravità degli atti, magari aprendo una discussione su come prevenire.

Fase indiziaria – Si tratta di una fase preliminare in cui il castello accusatorio è basato su indizi e non su prove, perché come è noto, la prova si forma nei processi. Sul punto è rafforzativa la denuncia resa dalla vittima con riscontri importanti e significativi. Dai fascicoli acquisiti e letti, dalle dichiarazioni rese in sede di conferenza stampa, ognuno di noi, legittimamente, si è fatta un’idea circa l’accaduto. E’ bene sottolineare che sono pur sempre da considerare posizioni  SOGGETTIVE E DUNQUE PARZIALI.  Andiamo a esaminare quante scarcerazioni a distanza di pochi giorni da un arresto si registrano per mano dei giudici del Riesame spesso per carenza di gravità indiziaria, oppure, diamo uno sguardo alle somme di denaro che l’erario è costretto ad erogare a quanti, e sono tanti, subiscono una ingiusta detenzione! Questo per dire che occorre attendere le fasi successive nell’ambito di qualsivoglia inchiesta. Uno dei momenti in cui la pubblicazione dei nomi è più indicata – a nostro parere – è quando l’indagato si trasforma in imputato, ossia, quando si è nella fase del rinvio a giudizio. E, dunque, si terrà un processo all’interno del quale emergeranno le famose verità terze.

I rischi per gli indagati –Esporre gli indagati al pubblico ludibrio in prima battuta determina una serie di reazioni immediate, di matrice emotiva, su cui pure la parte sana della società civile è chiamata a riflettere. A partire dalle regole interne nelle carceri tra detenuti. Spesso chi si macchia di reati del genere è sottoposto a pestaggi, a vessazioni, a linciaggi, proprio nella popolazione carceraria. E li, i riflettori, sono spesso spenti. Qualcuno dirà, perché spinto dall’onda giustizialista, se lo meritano. Niente di più sbagliato se vogliamo rimanere nelle regole. E d’altronde per queste persone si è aperto un tunnel sociale senza via d’uscita, sarà difficile riabilitarle in tema di credibilità civile e morale. Questo tipo di sentenze sono immediatamente esecutive ed inappellabili.  Ecco perché abbiamo l’obbligo di evitare campagne di odio, pur comprensibili, nei confronti di chi si rende protagonista di reati gravi, sulle cui cause tra l’altro occorrerebbe indagare e tanto. Ma su questo il tempo darà le giuste risposte.

Matteo Lauria – Direttore I&C

 

 

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