Da dove arriva il verbo ’ncialare, racconto di Martino A. Rizzo

Mentre guardavo il nipotino in estasi davanti alle sigle musicali dei cartoni animati trasmessi dalla Tv, mi è venuto spontaneo dire: «È ’ncialato!».

«’Ncialare» dal latino in coelum, in estasi, come il bambino di “Nuovo Cinema Paradiso” mentre guarda un film. Ma i miei familiari fiorentini, che ormai comprendono alla grande i termini calabresi, ascoltando questo vocabolo – evidentemente da me utilizzato per la prima volta con loro – mi hanno guardato straniti chiedendomi cosa significasse.
Volendo dare una risposta erudita alla loro domanda, sono andato a consultare il “Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria” di Gerhard Rohlfs, ma – con grande disappunto – «’ncialare» purtroppo non c’è.
La cosa mi ha insospettito! Il Rohlfs è un monumento del calabrese e non ritrovarci il termine di mio interesse ha dato da pensare. Pertanto ho iniziato ad approfondire la ricerca. Non ne parla nemmeno il cosentino Luigi Accattatis nel suo famoso “Vocabolario de dialetto calabrese”, ed è tutto dire. Il “Dizionario Calabrese Italiano” di Francesco Laruffa, con prefazione di Tullio De Mauro, ugualmente non ha fornito soluzione al quesito. «’Ncialare»: termine inesistente. Idem il “Dizionario Etimologico del Dialetto Calabrese” di Giovan Battista Marzano del 1928.
Sul “Vocabolario dialettale della Sila Greca” di Ludovico Aurea ho ritrovato invece il termine «’ncìalu (lat. in coelum)», col significato «In cielo, sia in senso astronomico che religioso». “Fuochino”, ho pensato tra me e me.
Sul “Parole Misurachisi, Vocabolario dialettale” di Maurizio Capocchiano, con «’nclialare» si intende: «Guardare qualcosa, qualcuno o il nulla (accade) in maniera fissa e istupidita, talvolta in maniera assorta e rapita, da cui ’ncialàtu ‘assorto’, ‘rapito’, ‘meravigliato’, esempi: avogghja u ’nciali ‘a voglia a guardare’, s’è ncialatu
a ’ra televisione ’si è rincoglionito alla televisione’, è rimastu ’ncialatu ‘è rimasto senza parole’».
Nel “Vocabolario dei termini dialettali calabresi di San Mauro Marchesato” di Giuseppe Crea De Lorenzo, «ncialari» sta per «restare a bocca aperta, da ebete, meravigliato, frastornato».
Sul “U Russanìsə, Vocabolario del dialetto rossanese”, dizionario online, è riportato: «’ncialàrə, ’ncialàtə: v. guardare, guardato (in modo fisso con fare inebetito, sorpreso, meravigliato)». Su “Il Rossanese, Dizionario del dialetto di Rossano” di Pierpaolo Mingrone e Antonio Sitongia «’ncialar’» è definito come «guardare in modo
stupefatto» e «’ncialat’» sta per «sbalordito, stupefatto». Infine, in “Rossano. La nostra lingua” di Mario Rizzo per «’ncialari» si intende «guardare a lungo stupito».
Su “Lessico calabrese (dialetto di Corigliano Calabro)” di Luigi De Luca c’è «’ncialare … restare attonito, stupire, instupidire. ‘ncialamientə, s.m. stupore stupefazione. Forse dallo spagnolo chalar, instupidire». Mentre per Francesco Maradea nella sua “Poetica, Opera omnia” pubblicata a Corigliano nel 1977, significa «restare
attonito». Un fatto comunque è certo. In italiano non esiste un termine corrispondente a ’ncialare e bisogna ricorrere a una perifrasi per spiegarne il significato. Inoltre, non tutti in Calabria conoscono questo termine, patrimonio solo di alcuni territori. Insomma sono partito dal nipotino e mi sono perso tra i vari significati di ’ncialare. Quelli positivi di guardare in maniera assorta e rapita, con stupore e in estasi e quelli negativi di inebetito, instupidito. Ovviamente il significato del mio ’ncialare era assolutamente positivo, proprio come lo ’ncialare di quelle persone descritte da Eugenio Nastasi in una sua poesia in rossanese, persone che erano ’ncialati mentre godevano del sapore e del profumo dell’olio di Rossano; versi che ha letto all’Expo di Milano nel 2015 e che ripropongo:

All’ogghiju e Russane.
‘A pane e ogghiju simu crisciuti
quannu, finita a guerra, ‘ntri famigghije
assai erano i vucche ‘e sfamare e ra fame,
bbone sia, come nu cane t’azzannava.
Ccu pane, ogghij e ccu cipudda e pantanu,

‘a matinata, escjamu mmenza a via
e na rota facjamu avanti i case
queti queti scordannu a remurata:
i vinedde ammutavano a merare
chiddu mangiare scuitatu ‘e ri guagnuni
c’a runo a runo si cuntavanu i muzzicuni.
L’ordure e l’ogghiju miscatu a pane e casa
linghija tutta a vinedda rase rase,
mangiannu, nui, restavamu ncialati
subbi l’ante ‘e ri porte ammunzeddati.
E chiddu tempu n’è rimastu ‘u sapure
ppè ricordu nn’è rimasta chidda via,
c’ogne ijurne a chiddu mmitu ni mintija
e ni facia vulare a vucca ‘e fantasia.
E mo ca simu ranni e bboni vestuti
mo’ ca simu rispettati, omini vissuti,
chidda vita stentata un t’ha scordare:
cc’à pane, ogghji e cipudda simu crisciuti.

Martino A. Rizzo

I racconti di Martino A. Rizzo. Ogni mercoledì su I&C

Martino Antonio Rizzo, rossanese, vive da una vita a

Firenze. Per passione si occupa di ricerca storica

sul Risorgimento in Calabria. Nel 2012 ha pubblicato

il romanzo Le tentazioni della

politica e nel 2016 il saggio Il Brigante Palma e i misteri

del sequestro de Rosis. Nel 2017 ha fondato il sito

anticabibliotecacoriglianorossano.it. Nel 2019 ha curato la pubblicazione

dei volumetti Passo dopo passo nella Cattedrale di Rossano,

Passo dopo passo nella Chiesa di San Nilo a Rossano,

Le miniature del Codice Purpureo di Rossano.

Da fotografo dilettante cerca di cogliere

con gli scatti le mille sfaccettature del paese natio

e le sue foto sono state pubblicate nel volume di poesie

su Rossano Se chiudo gli occhi.

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