Corigliano Rossano, morte sul lavoro: i familiari chiedono giustizia |VIDEO



I familiari dell’uomo deceduto a causa di un malore mentre era intento alla cura di un agrumeto ad una temperatura di oltre 40 gradi chiedono verità e giustizia. La procura della Repubblica del tribunale di Castrovillari, diretta da Alessandro D’Alessio ha aperto un’inchiesta e s’indaga, per il momento, per omicidio colposo contro ignoti. Il fascicolo è affidato al sostituto procuratore Valentina Draetta. La salma di Antonio Lombisani, 59 anni, bracciante agricolo, è attualmente presso l’ obitorio dell’ospedale di Rossano dove ieri è stato sottoposto ad esame autoptico al fine di risalire ai tempi e alle cause della morte. Oggi alle 17 i funerali. Assunta Salimbeni, 52 anni e la figlia Elena Lombisani, 25 anni, vogliono vederci chiaro. La vittima, descritta come persona buona d’animo e scrupolosa nel lavoro, si recava abitualmente nei campi dalle 7 fino alle 16. Forte è la denuncia: l’uomo percepiva 25 euro al giorno per 51 giornate versate nell’arco di tempo che va da maggio a settembre. Per oltre 30 anni ha prestato attività all’interno dell’azienda agricola, ma in larga parte «in nero». «Non si può lavorare in questo modo, non si può”, racconta in lacrime Assunta Salimbeni. Lombisani sentiva abitualmente la cara moglie telefonicamente e, il giorno del dramma, l’ha chiamata per ben tre volte. Persona premurosa e attenta alla famiglia. Non amava lamentarsi sebbene tornasse a casa affaticato e in un bagno di sudore. D’altronde non può essere diversamente per chi lavora a oltre 40 gradi e in pieno giorno.

La figlia Elena riferisce di un aneddoto accaduto nella prima fase critica della pandemia quando era necessario motivare le uscite di casa se non per lavoro o per ragioni di necessità. «Arriva la comunicazione che nessuno poteva uscire di casa, se non con le opportune giustificazioni, racconta la ragazza. Modelli che mio padre non poteva compilare perché doveva lavorare a nero. Aveva chiesto al datore di lavoro di assumerlo prima del previsto ma si era rifiutato. I controlli all’epoca erano serrati, posti di blocco ovunque, e le multe erano salatissime. Mio padre andava a lavorare per 25 euro, la mattina scappava come un ladro per sfuggire ai controlli Covid e al rientro faceva una strada interna per non farsi vedere dalle forze dell’ordine». La famiglia ha conferito l’incarico legale all’avvocato Antonio Pucci, che parla di una «triste vicenda» per la quale auspica una «indagine rapida e completa». Per il penalista non sono casi nuovi, «non è la prima volta che i tribunali si pronunziano su vicende in cui i lavoratori perdono la vita per l’eccessiva esposizione al calore e per la conseguente mancanza di precauzioni a cui i datori di lavori sono tenuti». Il legale rafforza la tesi della tutela dei lavoratori richiamando l’ordinanza della Regione Calabria «quest’anno colpevolmente in ritardo, che vieta il lavoro nei campi oltre le 12.30, a differenza di altre regioni che sono molto attente. Ma aldilà delle ordinanze, afferma l’avvocato Pucci, sui datori di lavoro grava un obbligo di natura generale di adottare le cautele necessarie. E la giornata in cui è accaduta la tragedia non è singolare, è da più tempo che si registrano temperature elevatissime».

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