Comune unico Corigliano- Rossano o Rossano-Corigliano



Fin dagli anni settanta del ‘900 politici lungimiranti di tutte le appartenenze politiche e Amministrazioni Comunali di Corigliano e Rossano hanno aperto un dialogo e avviato un percorso per “stare insieme” e per “camminare insieme”, ai quali, nel 2006-2011, i Sindaci di Corigliano (prima Armando de Rosis e dopo Pasqualina Straface) e di Rossano (chi scrive) danno un significativo impulso con l’istituzione dell’ “Area Urbana Corigliano-Rossano”, la prima della Calabria, che ha già portato ai due Comuni ingenti finanziamenti comunitari e dovrà preparare il “Comune unico delle due città”, su cui le popolazioni si dovranno pronunciare con il Referendum del 22 ottobre p.v.

Facciamo insieme una simulazione sulle conseguenze della vittoria del “No” o del “SI” alla fusione.

Se vincerà il “No le due città di Corigliano e Rossano conserveranno la loro autonomia di Enti Locali:  si continuerà a procedere come si è sempre proceduti, si continuerà a camminare in ordine sparso, si continuerà a favorire i disegni del “divide et impera” dei politicanti parassitari del centralismo provinciale e regionale, si continuerà a non essere rappresentati a nessun livello politico e istituzionale, si continuerà a non avere forza contrattuale con le Istituzioni sovra-comunali, si continuerà a non accedere ai finanziamenti dello Stato e dell’U.E., si continuerà ad assistere impotenti alle rapine della sanità, della giustizia, dei trasporti, degli uffici, si continuerà ad avere un pessimo servizio sanitario, si continuerà nei viaggi della speranza verso altri ospedali, si continuerà a non avere diritto a una giustizia giusta e di prossimità, si continuerà a morire sulla “strada della morte”, si continuerà ad avere una ferrovia senza treni, si continuerà nello scippo di servizi alla persona (INPS, Ufficio delle Entrate, INAIL ecc.);  e mentre si consumeranno questi misfatti a danno di tutto il territorio ai Coriglianesi e ai Rossanesi non restano che la rassegnazione passiva o il lamento contro il crudele destino o la percezione di essere dei perdenti e senza futuro o il beccarsi paranoicamente tra di loro come i manzoniani “capponi di Renzo”.

      E se vincerà il “SI ?  Evitiamo subito i facili trionfalismi retorici.  Ci aspettano anni di duro lavoro, di ostilità da parte di chi finora ha costruito le fortune sue e della sua casta sulle nostre autolesionistiche diffidenze e divisioni, di una non facile costruzione di una nuova città.  Il cammino sarà lungo e arduo, bisogna dirlo con chiarezza. Consapevoli delle difficoltà a cui andremo incontro, dobbiamo sapere fronteggiare la paura naturale delle novità, i timori di subire l’egemonia dell’altro,  le persistenti diffidenze reciproche, le rivalità malcelate, i toni della polemica talora inopportunamente aspri, le sovra-esposizioni.  E’ il momento storico, forse irripetibile, di fare la scelta del coraggio e la scelta dell’amore per le nostre comunità civili: accanto al “pessimismo della ragione” dobbiamo sapere liberare l’ “ottimismo della volontà”.  Dobbiamo prendere atto che il confronto è necessariamente plurale, democratico, ancora non univoco: le differenze non debbono essere percepite con fastidio né tanto meno demonizzate, esse sono posizioni rispettabili e contributi alla crescita del dibattito. Suggerisco, pertanto, di usare il metodo di Giovanni XXIII di cercare le ragioni che uniscono e accantonare quelle che dividono. Bisogna volere, tenacemente volere, responsabilmente volere costruire un confronto civile e di merito, la fiducia reciproca, la convergenza tra diversi in vista del comune obiettivo, il pensiero condiviso, che è il fondamento di un percorso comune. Il collante di tutto ciò è la nostra comune condivisa identità culturale di territorio, costruita insieme in oltre 3.700 anni di storia e di civiltà, che si può battezzare “Mediterraneità jonico-silana”.

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